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venerdì 17 febbraio 2017

La cacciata di Lama dall’università: testimonianza

Ci scrive un compagno del movimento:

“Della giornata in cui Lama fu cacciato dall’università io ho un ricordo molto brutto. Mi é rimasta nella mente un’immagine: un compagno del movimento che durante il fuggi-fuggi del servizio d’ordine del PCI aveva in mano un martello e ha cominciato a rincorrere uno di quelli del servizio d’ordine del PCI, poi si é fermato, é tornato indietro, si é messo a piangere e si é abbracciato con dei compagni. É stato un momento di psicosi collettiva. Era la prima volta che c’era stato uno scontro così duro, che non era stato solo uno scontro ideologico, ma uno scontro fisico pesante.
Effettivamente da parte del PCI c’era stata una provocazione esplicita. Non ci sono dubbi sul fatto che voleva a tutti i costi ristabilire l’ordine nell’università, non fosse altro per il fatto che era venuto lí con un servizio d’ordine molto ben strutturato e pronto sia psicologicamente che fisicamente a affrontare una situazione di scontro. Credo che tutti i compagni l’abbiano vissuta male quella giornata. Il servizio d’ordine del PCI aveva una chiara volontà di scontro, c’erano alcuni di loro che hanno subito cominciato a provocare pesantemente. Praticamente ci siamo trovati schierati su due fronti. Loro erano entrati in forze già la mattina presto e si sono messi dalla parte sinistra, dove sta giurisprudenza, mentre i compagni stavano di fronte, dall’altra parte.
Finché c’erano questi schieramenti divisi e finché Lama ha cominciato a parlare non é successo niente di grave. C’era solo una contestazione verbale molto forte da parte dei compagni del movimento, soprattutto da parte degli indiani metropolitani. Dopo c’é stata una risposta molto violenta da parte del servizio d’ordine del PCI, che ha cominciato a farsi avanti facendo provocazioni piuttosto evidenti.
Io sono sicuro che c’era qualche caso di padre e figlio che stavano uno da una parte e l’altro dall’altra, schierati sui fronti diverse. Quello che é successo lo puoi leggere anche in chiave di scontro generazionale, di culture diverse che arrivavano allo scontro, e c’é di mezzo anche un fatto umano pesante. Erano dei contrasti che poi magari avevi anche a casa tua con tuo padre. Insomma finalmente eri arrivato a prenderti a schiaffi con tuo padre, finalmente e però anche drammaticamente.
L’impatto psicologico é stato fortissimo, non si trattava di un semplice scontro di linee politiche differenti, dietro c’erano dei problemi molto più grossi, come per esempio la figura del PCI che é la figura del padre dell’ideologia che ti dovrebbe coprire e che invece ti tradisce.
Erano anni che ti stava tradendo, ti ha tradito con la legge Reale, poi ti ha tradito con progetti politici assurdi, che non poteva mai e poi mai condividere: il governo delle astensioni, la filosofia dell’austerità e dei sacrifici, il compromesso storico in una parola, e non é che queste cose poi non avessero dei risvolti pratici.
Poi c’é Lama che arriva lì all’università con il suo megafono, anzi megamegafono, con il suo impianto di amplificazione assordante e comincia a parlare in questa roba roboante, con una potenza tale di suono, di frastuono che nessuno, anche se avesse voluto, avrebbe potuto ascoltare quello che stava dicendo.
Il movimento in quel mese non si era sviluppato su un messaggio unidirezionale, ma su una rete di cento comunicazioni diverse, che erano i cento linguaggi diversi, che erano i cento messaggi diversi incrociati tra di loro, come per esempio le scritte sui muri dell’università, che loro del PCI hanno cancellato con prepotenza. All’università, durante l’occupazione nessuno voleva affermare la sua volontà sugli altri, perché tutti si confrontavano non solo nelle assemblee ma anche facendo scritte di tutti i tipi e nessuno diceva io qui sono egemone, anzi la prima cosa che ha fatto il movimento é stata quella di affermare con molta chiarezza e determinazione che non si volevano partiti guida o tentativi di egemonia da parte di nessuno, né singolo né gruppo.
Invece Lama viene lí e quello che fa é dire: io vengo qui, prendo un megafono grande cosi e faccio il mio discorso che é un discorso che deve coprire, che deve annullare tutti gli altri discorsi, perché lui non é venuto lí a confrontarsi col movimento, é venuto lí a imporsi. Ecco, questo é stato subito chiaro a tutti i compagni del movimento, questo tutti quanti i compagni lo hanno vissuto subito come un atto autoritario, illegittimo, prepotente, violento, in linea con tutto quello che il PCI aveva già detto e fatto fino a quel momento nei confronti del movimento.
Non hanno voluto assolutamente che ci fosse il confronto, infatti non hanno accettato che i compagni del movimento potessero intervenire dopo il comizio di Lama, non hanno accettato nemmeno questa minima condizione. Lama é venuto lí dicendo: parlo io e basta. Volevano, con quello che facevano, costringere quelli che stavano lí a seguire un comportamento, una cultura che non avevano piú nessuna logica.
Ricordo che Lama a un certo punto del suo comizio disse una cosa tipo “gli operai nel ‘43 hanno salvato le fabbriche dai tedeschi e voi adesso dovete salvare le università perché sono le vostre fabbriche”. É chiaro che quello che diceva non c’entrava niente con quello che succedeva.
Allora io ho pensato, tutti hanno pensato, ma perché tu devi venire qua e devi dirci queste cose che con noi, che con questo movimento non c’entrano più niente? Perché la verità é che tu non capisci più niente e pretendi di pormi l’ultimatum: o sei con me o sei contro di me.
Quella mattina io ero arrivato all’università molto presto e c’erano già lì quelli del servizio d’ordine del PCI e del sindacato con i cartellini rossi appuntati sul bavero della giacca che stavano cancellando le scritte che avevamo fatto sui muri esterni delle facoltà. C’erano degli uomini in tuta con dei pennelli e dei secchi di vernice bianca che coprivano le scritte. Lavoravano a squadre, c’era un silenzio allucinante.
Quello che ho immediatamente realizzato é stato che quello che copriva le scritte era uno che mi rompeva i coglioni. Su Lama, sul ’77 poteva succedere di tutto, io la pensavo in un modo, altri in altri modi ma non tolleravo uno che mi rompeva i coglioni, uno che di prepotenza veniva lí e cancellava le scritte, anche se su quelle scritte io magari non ero d’accordo. Il fatto é che in quella cosa, in quello che stava facendo, lui non era diverso dal primo poliziotto che ti capita di incontrare. Quello che stava facendo cancellando le scritte era un atto di violenza incredibile. E poi quelli li identificavi subito come gente che con l’occupazione non c’entravano niente, potevano essere tuo padre, era proprio tuo padre che veniva lì a riportare l’ordine, i papà con le panze. C’era una scritta che diceva: “I Lama stanno nel Tibet” e uno di questi del PCI gridava incazzato: ma che cosa vuol dire? ma questi che cosa vogliono dire? Allora un compagno del movimento che era lì gli ha detto: vuol dire tutto e vuol dire niente, vai a chiederlo a chi l’ha scritto invece di cancellare senza neanche sapere perché, ma tu perché cancelli? ma chi sei?
Quelli del servizio d’ordine del PCI li vedevamo come persone adulte, come persone grosse, manovali, edili, gente che non c’entrava un cazzo. Mi ricordo che molti avevano gli impermeabili scuri e gli ombrelli, e mi ha colpito il fatto che nessuno di noi aveva gli ombrelli anche se piovigginava. L’ombrello era come la pipa. Li sentivi estranei, non c’era niente da fare. Quando sono scoppiati gli scontri ho visto lì in mezzo teste spaccate. Ma prima già questi del PCI dicevano: “sti figli di mignotta, in Siberia li dobbiamo mandare”. Uno di questi io lo conoscevo, allora gli ho detto: ma abitiamo a cento metri, ma dove vuoi mandarmi?
Il palco di Lama era montato su un camion parcheggiato nel piazzale. In prima fila, di fronte al servizio d’ordine del PCI, ci sono gli indiani metropolitani che hanno innalzato su una scaletta un palchetto tipo carroccio con un fantoccio in polistirolo e dei cartelli a forma di cuore con su scritto: “Vogliamo parlare” e “Lama o non Lama, non Lama nessuno”. Hanno visi dipinti, asce di gomma, stelle filanti, coriandoli, palloncini e qualche busta d’acqua che gettano sui componenti del servizio d’ordine del PCI scandendo slogan ironici: “Sa-cri-fi-ci-sa-cri-fi-ci”, “Più lavoro, meno salario”, “Il capitalismo non ha nazione, l’internazionalismo é la produzione”, “Più baracche, meno case”, . “É ora, é ora, miseria a chi lavora”, “Potere padronale”, “Ti prego Lama non andare via, vogliamo ancora tanta polizia”,. A un certo punto da sotto il carroccio degli indiani metropolitani si é vista alzarsi una nuvola bianca, era stato uno del servizio d’ordine del Pci che aveva azionato un estintore, ho visto la nuvola bianca che si alzava sopra le teste intorno al palco che ha cominciato a ondeggiare, un ondeggiare continuo, confuso, poi gente che scappava da tutte le parti. Il servizio d’ordine del PCI é venuto avanti picchiando, volavano delle cose, sono cominciati a volare sassi, pezzi di legno. Di slancio quelli del PCI sono venuti avanti caricando fino alla fine della fontana.
Ho visto i primi compagni del movimento che venivano portati via per le gambe e per le braccia, con le teste rotte, con le facce insanguinate.
É stato scioccante per tutti vedere quei compagni conciati così, e quando il servizio d’ordine del Pci é tornato indietro verso il palco c’é stata la controcarica dei compagni del movimento che si erano armati con quello che avevano trovato lì sul momento.
C’é stato il contrattacco, eravamo davvero incazzati, c’era la nostra gente con la testa spaccata. Il camion su cui stava Lama é stato capovolto, distrutto. In quel momento c’é stata la sensazione che qualcosa si era rotto, poteva essere la testa delle persone che conoscevi, io avevo la fidanzata che era della FGCI e in quel momento ho capito che si rompeva anche qualcosa che riguardava i miei affetti. Quello che stava succedendo in quel momento era chiaro: il sindacato e il PCI ti venivano addosso come la polizia, come i fascisti. In quel momento era chiaro che c’era una rottura insanabile tra noi e loro. Era chiaro che da quel momento quelli del PCI non avrebbero più avuto diritto di parola dentro il movimento.
Avevano cercato, avevano voluto lo scontro per giustificare la teoria secondo la quale col movimento non si poteva dialogare. Quel giorno per loro vincere o perdere era la stessa cosa, non avevano più niente da perdere perché ormai l’università occupata l’avevano già persa, l’università era ormai un fortino del movimento che loro dovevano espugnare in qualsiasi modo, ogni modo di “liberarlo” per loro era buono.
Dovevano salvarsi la faccia rispetto alle istituzioni democratiche affermando che noi non solo non eravamo loro figli legittimi, ma addirittura eravamo dei fascisti. Dovevano ribadire la loro capacità di gestire la situazione e che loro erano il partito della classe operaia e dei proletari, gli unici garanti e mediatori, gli unici rappresentanti ufficiali in ogni conflitto. La loro logica era: se scoppia un casino lo gestisco io sennò é merda.”

Un compagno del Movimento