..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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venerdì 18 maggio 2018

Dante Di Nanni


Il 18 maggio ricorre l'anniversario della morte di una figura storica dell'antifascismo italiano: quella di Dante Di Nanni, giovane militante dei GAP torinesi, ucciso nel 1944, all'età di 19 anni, dalle truppe nazifasciste.
Figlio di genitori di origine pugliese, fin da giovanissimo comincia a lavorare nelle fabbriche cittadine, proseguendo gli studi alla scuola serale; allo scoppio della seconda guerra mondiale si arruola nell'Areonautica, che abbandona subito dopo l'armistizio del 1943.
Rifugiatosi nelle montagne piemontesi, si unisce inizialmente ad un gruppo partigiano guidato da Ignazio Vian, per poi convergere nei GAP di Giovanni Pesce.
E' il 17 maggio del '44 quando Di Nanni, assieme ai compagni Giuseppe Bravin, Giovanni Pesce e Francesco Valentino, effettua un attacco ad una stazione radio che disturbava le comunicazioni di Radio Londra.
Prima dell'azione, il gruppo di Gappisti disarma i militari preposti alla difesa della stazione e decide di graziarli in cambio della promessa di non dare l'allarme; ma i nove soldati tradiscono l'accordo e, ad azione terminata, i quattro partigiani vengono sorpresi ed attaccati da un gruppo di nazifascisti.
Ne segue uno scontro a fuoco in cui Bravin e Valentino vengono feriti e catturati; portati alle carceri Le Nuove, saranno torturati a lungo ed infine impiccati il 22 Luglio: Bravin aveva 22 anni, Valentino 19.
Anche Pesce e Di Nanni vengono colpiti durante lo scontro, ma il primo riesce a portare in salvo il compagno più giovane, gravemente ferito da 7 proiettili.
Di Nanni viene trasportato nella base di San Bernardino 14, a Torino, dove un medico ne consiglia l'immediato ricovero in ospedale; Giovanni Pesce, allora, si allontana dall'abitazione per cercare aiuto e organizzare il trasporto del compagno, ma al suo ritorno trova la casa circondata da fascisti e tedeschi, avvertiti della presenza dei Gappisti dalla soffiata di una spia.
Nonostante le gravi condizioni in cui versava, Di Nanni rifiuta di consegnarsi al nemico e resiste a lungo all'attacco nazifascista, barricandosi nell'appartamento del terzo piano e riuscendo ad eliminare diversi soldati tedeschi e fascisti con le munizioni rimastegli.
La sua eroica resistenza è riportata dalle parole dello stesso Giovanni Pesce che assistette in prima persona alla scena:
«Ora tirano dalla strada, dal campanile e dalle case più lontane. Gli sono addosso, non gli lasciano scampo. Di Nanni toglie di tasca l'ultima cartuccia, la innesta nel caricatore e arma il carrello. Il modo migliore di finirla sarebbe di appoggiare la canna del mitra sotto il mento, tirando il grilletto poi con il pollice. Forse a Di Nanni sembra una cosa ridicola; da ufficiale di carriera. E mentre attorno continuano a sparare, si rovescia di nuovo sul ventre, punta il mitra al campanile e attende, al riparo dei colpi. Quando viene il momento mira con cura, come fosse a una gara di tiro. L'ultimo fascista cade fulminato col colpo. Adesso non c'è più niente da fare: allora Di Nanni afferra le sbarre della ringhiera e con uno sforzo disperato si leva in piedi aspettando la raffica. Gli spari invece cessano sul tetto, nella strada, dalle finestre delle case, si vedono apparire uno alla volta fascisti e tedeschi. Guardano il gappista che li aveva decimati e messi in fuga. Incerti e sconcertati, guardano il ragazzo coperto di sangue che li ha battuti. E non sparano. È in quell'attimo che Di Nanni si appoggia in avanti, premendo il ventre alla ringhiera e saluta col pugno alzato. Poi si getta di schianto con le braccia aperte nella strada stretta, piena di silenzio.»
(Giovanni Pesce, Senza tregua - La guerra dei GAP, Feltrinelli, 1967)

Nel 1945 viene insignito della Medaglia d'Oro al valor militare.
A 74 anni di distanza dalla sua morte, vogliamo ricordare Dante Di Nanni come un esempio a cui guardare per la determinazione e la forza con cui, assieme a tanti e tante antifascisti, scelse la strada della resistenza e della lotta contro l'oppressione nazifascista.


mercoledì 16 maggio 2018

La rivolta dei gitani ad Auschwitz


16 maggio 1944, le SS decidono di smantellare il Familienzigeunerlager, il “campo per famiglie zingare” ad Auschwitz. "Smantellare il campo" è una triste formula che porta con sé allegato il significato di "eliminare tutti gli internati". E' consuetudine, ad Auschwitz, che ad una decisione presa dai nazisti segua docile la sua messa in atto, senza ostacoli o impedimenti. Non ci si aspetta che qualcuno tra i reclusi nel lager possa alzarsi in piedi a dire di no: non è mai successo, e diversi anni di esperienza nei campi hanno insegnato questa usanza a prigionieri e secondini.
Ma quel 16 maggio, all'ordine di uscire dalle baracche e dirigersi verso le camere a gas, segue sorda la risposta di chi non ha mai voluto imparare costumi e usanze del posto. In 4.000 escono dai capannoni. Hanno dipinti sul volto i segni della fame e dei soprusi, ma negli occhi brilla ancora una scintilla di dignità che impedisce loro di andare a morire in silenzio. Uomini donne e bambini. Chi armato di spranga, chi di bastone. Alcuni raccolgono da terra pietre e calcinacci, altri si gettano sugli aguzzini a mani nude. Le SS sono costrette a desistere di fronte alla rivolta, sconcertate da una reazione che non pensavano potesse verificarsi e che non si verificherà più.
Lo Zigeunerlager viene liquidato il 2 agosto dello stesso anno, e tutti i detenuti all'interno uccisi. I nazisti hanno smesso di passare i rifornimenti al campo, e i Gitani presi per fame vengono ridotti all'obbedienza e alla fossa.
Si parla poco della morte di oltre 500.000 tra Rom, Sinti e Manush sotto il regime nazista e fascista, e della predilezione che il dottor Mengele aveva nei suoi esperimenti per i bambini zigani. Durante il Processo di Norimberga i superstiti non vengono neanche ammessi come parte civile, e pochi stati attualmente annoverano il Porrajmos (termine che il lingua romani significa "divoramento") subito dai gitani come parte dei crimini nazisti.

domenica 13 maggio 2018

Canzone del Maggio

Lottavano così come si gioca
i cuccioli del maggio era normale
loro avevano il tempo anche per la galera
ad aspettarli fuori rimaneva
la stessa rabbia la stessa primavera...

Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato
le vostre Millecento
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
provate pure a credevi assolti
siete lo stesso coinvolti.

Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso
la notte che le pantere
ci mordevano il sedere
lasciamoci in buonafede
massacrare sui marciapiedi
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte voi c'eravate.
E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le "verità" della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti.

E se credente ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.


"Canzone del Maggio" è liberamente tratta da un canto del maggio francese (1968).
In un'intervista Roberto Danè racconta la curiosa storia di questo brano, trovato quasi per caso tra il numeroso materiale di propaganda politica che gli autori leggevano per cercare ispirazione al disco:
"C'era una ragazza che cantava questa canzone. Un inno del maggio parigino, anzi l'inno più famoso di quei giorni. Ce ne innamorammo subito e pensammo a una traduzione. Telefonai a Parigi, contattai amici discografici per avere la sub edizione di quel brano e poterlo così tradurre in Italia. Be', era strano, non si riusciva a stabilire un contatto preciso"
Tramite conoscenze nell'ambiente di estrema sinistra Danè riesce a trovare un contatto:
"Wolinski, che mi consegna con fare sospetto a una persona di sua fiducia. [...] Questa persona mi fa salire su un'auto malmessa [...] che a fatica riesce a muoversi [...] Bene, alla fine di un lungo giro che non finisce più, mi portano al quarto piano di una casa di periferia; e in quella stanza lontano da tutto e da tutti, vuota, incontro una ragazza, la ragazza della canzone, quella che cercavo. Era ricercata. Io non lo sapevo, l'ho scoperto lì; e ho scoperto anche che lei non voleva avere diritti su quella canzone. Mi disse 'Ve la regalo, è una canzone di tutti'."
Canzone del Maggio

Canzone del Maggio con introduzione



La ragazza di cui scritto prima era Dominique Grange e i brano era intitolato Chacun de vous est concerné.
Di seguito riportiamo il testo originale francese con la traduzione letterale.
Dominique Grange

Chacun de vous est concerné

Même si le mois de mai,
Ne vous a guère touché,
Même s’il n’y a pas eu,
De manif’ dans votre rue.
Même si votre voiture
n’a pas été incendiée,
Même si vous vous en foutez,
Chacun de vous est concerné.

Même si vous avez feint,
De croire qu’il ne se passait rien,
Quand dans le pays entier,
Des usines s’arrêtaient
Même si vous n’avez rien fait,
Pour aider ceux qui luttaient,
Même si vous vous en foutez,
Chacun de vous est concerné.

Même si vous avez fermé,
Votre porte à notre nez,
Une nuit où nous avions,
Les CRS aux talons,
Si vous nous avez laissés,
Matraqués sur le palier,
Même si vous vous en foutez,
Chacun de vous est concerné.

Même si dans votre ville
Tout est resté bien tranquille,
Sans pavés, sans barricades,
Sans blessés et sans grenades.
Même si vous avez gobé,
Ce que disait la télé,
Même si vous vous en foutez,
Chacun de vous est concerné.

Même si vous croyez maintenant,
Que tout est bien comme avant,
Parce que vous avez voté,
L’ordre et la sécurité
Même si vous ne voulez pas,
Que bientôt on remette ça,
Même si vous vous en foutez,
Chacun de vous est concerné.
Ognuno di voi è coinvolto

Anche se il mese di maggio
non vi ha affatto toccati,
anche se non ci sono state
manifestazioni nella vostra strada
anche se la vostra macchina
non è stata incendiata,
anche se voi ve ne fregate
ognuno di voi è coinvolto.

Anche se avete fatto finta
di credere che non succedeva niente
quando nel paese intero
si fermavano delle fabbriche,
anche se non avete fatto niente
per aiutare chi lottava,
anche se voi ve ne fregate
ognuno di voi è coinvolto.

Anche se ci avete chiuso
la porta sul naso
una notte che avevamo
i celerini alle calcagna,
anche se ci avete lasciati
manganellare sul pianerottolo,
anche se voi ve ne fregate
ognuno di voi è coinvolto.

Anche se nella vostra città
tutto è rimasto bello tranquillo,
senza sanpietrini, senza barricate,
senza feriti, senza granate,
anche se avete ingoiato
quel che diceva la televisione,
anche se voi ve ne fregate
ognuno di voi è coinvolto.

Anche se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato
l'ordine e la sicurezza,
anche se non volete
che presto si ricominci,
anche se voi ve ne fregate
ognuno di voi è coinvolto.
Chacun de vous est concerné


Prima di essere registrata e pubblicata sull'album Storia di un impiegato, De André aveva aveva registrato una prima versione mai pubblicata, la seguente:

Canzone del maggio prima versione

Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto guardare in terra
se avete deciso in fretta
che non era la vostra guerra
voi non avete fermato il vento
gli avete fatto perdere tempo.

E se vi siete detti
non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco
voi siete stato lo strumento
per farci perdere un sacco di tempo.

Se avete lasciato fare
ai professionisti dei manganelli
per liberarvi di noi canaglie
di noi teppisti di noi ribelli
lasciandoci in buonafede
sanguinare sui marciapiede
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte voi c'eravate.

E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
se sono rimasti a posto
perfino i sassi nei vostri viali
se avete preso per buone
le "verità" dei vostri giornali
non vi è rimasto nessun argomento
per farci ancora perdere tempo.

Lo conosciamo bene
il vostro finto progresso
il vostro comandamento
"Ama il consumo come te stesso"
e se voi lo avete osservato
fino ad assolvere chi ci ha sparato
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte

voi non potete fermare il vento
gli fate solo perdere tempo.

Canzone del Maggio prima versione


sabato 12 maggio 2018

Il Maggio francese

Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio
se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento
se il fuoco ha risparmiato
le vostre Millecento
anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.
Fabrizio De Andrè

50 anni dal ’68, 50 anni dal maggio francese, 50 anni di recupero, integrazione, nella/della società dello spettacolo. Parigi, quel maggio, esplodeva, ma a cinquant’anni di distanza, i manifesti, le scritte, gli slogan, solcati e riecheggianti nelle strade di una città in rivolta, li ritroviamo esposti, come feticci, in mostre commemorative, a nutrire un immaginario nostalgico, senza che nel frattempo la storia, fuori, sia cambiata.
Meditare ed agire.

Prologo: Rivendicare l’impossibile
1965-66-67, Nanterre, Strasburgo, Nantes: la protesta studentesca si stava sviluppando a raggiera  influenzata, di fatto, dalla presenza informale dell’Internazionale Situazionista, movimento che si distingueva, per capacità d’analisi e linguaggio, dal sottobosco dei gruppi gauchisti dell’epoca.
All’inizio del ’68, il regime gaullista, consolidato nel ’58 come momento di risoluzione della questione Algeria, compiva dieci anni. Il paese è attraversato da fermenti trasversali, la contestazione è una costante. Contestazione studentesca, contro il “piano Fouchet” di riforma universitaria, ma che iniziava ad estendersi al sociale, riuscendo a coinvolgere la base operaia. Come a Nantes, dove la contestazione è caratterizzata dallo scontro aperto con i reparti del CRS – Compagnie Républicaine de Sécurité (grosso modo l’equivalente della “nostra” Polizia Celere): il 14 marzo ci fu una delle manifestazioni più dure, alla quale parteciparono anche alcuni Enragès di Nanterre. Gli Enragés erano un gruppo di studenti (René Viesel, Patrick Cheval, Gérard Birgogne), che si era formato all’interno del gruppo anarchico TSRF (Tendance Sindacale Rèvolutionnaire Féderaliste, ovvero una tendenza anarchica nata nel 1965 nel sindacato studentesco), che agirono come elemento di contatto tra gli studenti di Nanterre e i situazionisti.

22 marzo: tutto ha inizio
Per protestare contro l’arresto di uno studente di estrema sinistra di Nanterre, sobborgo ovest di Parigi, sospettato di avere partecipato ad un attentato contro l’American Express a Parigi mentre si svolgevano violente dimostrazioni contro la guerra del Vietnam, 300 suoi compagni tengono un comizio in un anfiteatro. Durante la notte 142 di loro occupano la sala del Consiglio di Università, nell’edificio dell’amministrazione. All’occupazione parteciparono attivamente anche gli Enragés, anche se risultarono in disaccordo con gli altri gruppi gauchiste del movimento, tanto da lasciare la sala occupata del Consiglio di Facoltà. Il loro intento era quello di innalzare il conflitto, rifiutando la trattativa con il mondo accademico, e lanciando parole d’ordine, tracciate sui muri con le bombolette spray, che sarebbero riecheggiate e moltiplicate per tutto il maggio francese.
I 142 studenti che occupavano la sala del Consiglio, prima di uscire, decisero di costituire, allo scopo di tenere in piedi e sviluppare l’agitazione un movimento informale. La stampa battezzo il movimento come “Movimento dei 142” e poi “Movimento 22 marzo”, ed elesse Daniel Cohen-Bendit (studente di sociologia, nato tedesco, che si definisce "visceralmente anticapitalista, antiautoritario e anticomunista) come uno dei portavoce, creando una delle maggiori vedette del ’68 francese. Composto all’inizio da trozkisti della Lega Comunista rivoluzionaria (LCR) e da anarchici (tra i quali Daniel Cohn-Bendit), raggiunti a fine aprile dai maoisti dell’Unione dei giovani comunisti marxisti-leninisti (UJCML) e che, nelle settimane seguenti, contò più di 1200 partecipanti, il movimento, così eterogeneo, trovava il legante in due questioni: la lotta antimperialista e la democrazia diretta nell’organizzazione.
È l’inizio di un mese di costanti agitazioni, prese di posizione, scontri: contro la polizia e contro i fascisti del gruppo Occident, che confluivano a Parigi per dare addosso al rosso.

E venne maggio…

1° maggio. Forte tensione nelle università parigine della Sorbonne e di Nanterre. Per la prima volta dal 1954, manifestazioni a Parigi, sfilano: CGT, PCF, PSU (République - Bastille)
2 maggio. Dopo 40 giorni di occupazione, l'Università di Nanterre viene sgomberata dalla polizia. La prova di forza provoca l’effetto opposto dal voluto.
3 maggio, la situazione precipita. Trecento studenti si riuniscono nel cortile della Sorbonne per protesta contro la chiusura di Nanterre. La polizia invade il campus, ci furono i primi scontri; i fascisti distruggono la sede del sindacato studentesco Unef;. i CRS circondano l'università. Le trattative tra studenti e polizia durano ore mentre migliaia di studenti si affollano nelle strade vicine: la polizia intervenne brutalmente e causo 200 arresti tra gli occupanti., in loro favore si sollevo il Quartiere Latino. Gli scontri (sassaiole, barricate) continuarono in serata per ancora 4 ore: vennero feriti 72 poliziotti e fermati 400 dimostranti (alcuni ricordano 600 arresti)
4 maggio. L'Unef e il sindacato insegnanti proclamano uno sciopero generale e una manifestazione a partire dal 6.
5 maggio. Sei studenti vengono processati per gli scontri del 3; quattro sono condannati a pene detentive senza condizionale. La Sorbonne rimane occupata dalla polizia
6 maggio. Un corteo di 15.000 persone parte dalla Sorbonne, passa sulla riva destra e manifesta di fronte al Palais Royal, torna al Quartiere Latino e tenta di occupare l'università. Gli studenti affrontano, fino a tarda sera (mezzanotte), la polizia in una vera e propria guerriglia urbana. 487 i feriti. Agli scontri della giornata partecipano tutti. Dai liceali,  ai primi operai, ai disoccupati.
7 maggio. Quasi 50.000 studenti passano in corteo nella zona sud di Parigi, evitando il Quartiere latino presidiato dalla polizia, e passa a sorpresa sulla riva destra della Senna malgrado altri sbarramenti della polizia: percorsero i Campi Elisi, a due passi dal palazzo presidenziale. Si sentì riecheggiare l’Internazionale sotto l’Arco di Trionfo, là dove si sentiva, di solito, la Marsigliese o le Campane a morto.
8 maggio. Il governo si impegna a riaprire la Sorbonne e Nanterre se i disordini non si ripeteranno. A sera un corteo di 30.000 persone sfila per il Quartiere latino. Al termine il servizio d'ordine dell'Unef impone lo scioglimento per rispettare i patti con le autorità. Grandi cortei attraversarono Parigi.
9 maggio. "Via col vento", proiettato nella nuova copia 70 mm, inaugura il XXI festival di Cannes che, per la prima e unica volta, sarà interrotto dopo la prima settimana in solidarietà con le lotte studentesche e operaie che si svolgono in Francia.
Le scene del celebre film del ’39 di Victor Fleming, fanno da preludio a ciò che sarebbe successo di li a poche ore a Parigi.

La notte delle barricate
10 maggio. Un corteo di protesta di oltre 20.000 persone, sfila sotto la prigione della Santé, con l’intenzione di dirigersi al Ministero della Giustizia. La polizia blocca i ponti per la riva destra della Senna, gli studenti decidono così di occupano il Quartiere latino, il rione dell’università, a sud della Senna (non è un vero e proprio quartiere nel senso amministrativo del termine, ma una zona a cavallo del V arrondissement e VI arrondissement), che va da Saint-Germain-des-Prés ai giardini del Luxembourg), per chiedere che la restituzione agli studenti della Sorbonne.
Alle ore 21 alcuni manifestanti cominciarono ad erigere delle barricate (approssimativamente una sessantina), spontaneamente: «Mai la passione della distruzione si era mostrata più creatrice. Tutti corsero alle barricate. I leaders non avevano più la parola» (Viénet)
A mezzanotte, una delegazione di 3 insegnanti e 3 studenti (tra cui Cohn-Bendit) venne ricevuta dal rettore dell’accademia di Parigi ma quest’ultimo, se accettò la riapertura della Sorbona, non poté promettere niente sulla scarcerazione degli studenti arrestati il 3 maggio.
Alle 2,15 dopo ore di trattative, i CRS danno l’assalto alle barricate dopo averle copiosamente infestate di gas lacrimogeni. Al momento dell’attacco nel perimetro occupato erano rimasti tra i 1500 e i 2000 barricadieri: meno della metà studenti, alcune centinaia di operai, liceali in gran numero e cosiddetti blousons-noirs, espressione con cui nel 1959 i media francesi indicano i piccoli delinquenti; molti stranieri e molte ragazze. Insomma: «era l’élite, era la teppa» (Viénet).
La resistenza, ed i conseguenti violentissimi scontri, durò per più di tre ore:  dalla parte di via Mouffetard fino alle 5.30. Più di cento feriti e circa 500 gli arresti. Il grosso dei rivoltosi riuscì, in un modo o in un altro, a fuggire o a nascondersi nel quartiere (che già durante la notte aveva mostrato simpatia per la protesta). «Fino a mattina inoltrata la polizia rastrellò il quartiere, manganellando e portando via chiunque avesse l’aria sospetta» (Viénet)
Tutti questi avvenimenti, ed in particolare le testimonianze sulla brutalità delle forze di repressione, venivano seguiti alla radio minuto per minuto da centinaia di migliaia di persone.
Alle 6 di mattina “l’ordine regnava” al Quartiere latino che appariva come devastato da un tornado. Alle prime luci dell’alba, rue Gay-Lussac era totalmente devastata.
«L’epoca della Guerra dei cent’anni dei proletari, inaugurata dalla Comune di Parigi, si è conclusa nel 1968 su nuove barricate al Quartiere Latino. Come un secolo prima, il realismo degli isorti continuava a pretendere l’impossibile» (S. Ghirardi)

L’apice della rivolta
11 maggio. Tutta la Francia è sconvolta dagli scontri di Parigi: la radio ha mandato in diretta sia le trattative tra studenti e rettore sia l'intera battaglia. Le tv hanno fatto vedere le immagini della brutalità indiscriminata dei CRS. L’opinione pubblica è scossa. I sindacati indicono lo sciopero generale per il 13.
12 maggio. Nonostante Pompidou abbia accettato tutte le richieste degli studenti (riapertura della Sorbona il 13 e scarcerazione degli arrestati) la tensione è altissima. Alle manifestazioni studentesche in Francia si uniscono gruppi di giovani operai. Ormai il "maggio" non era più solo una rivolta di studenti: la protesta universitaria si era saldata con vertenze contrattuali di varie categorie, creando una miscela esplosiva che sfuggiva di mano anche alla Cgt, la Cgil francese.
13 maggio. Centinaia di migliaia di francesi in piazza. La rivolta toccò l'apice: mentre un manipolo di studenti occupava la Sorbona, 800mila scioperanti bloccavano Parigi, sfilando al grido di "Ce n'est qu'un debut, continuons le combat" ("È solo l'inizio, continuiamo la lotta").
Lo sciopero generale blocca Cannes. Nessuna proiezione viene effettuata. Solo i critici, di notte, riescono a vedere i film in concorso. Il palazzo viene cinto d'assedio dai manifestanti.
Il "maggio" era sempre più eversivo per la Francia gollista. Eversivi erano non solo gli atti di violenza, né solo i danni economici: tale era anche l'atteggiamento irridente con cui i ribelli della Sorbona trattavano istituzioni e modelli di comportamento tradizionali. Nei cortei sfilavano ragazze a seno nudo, con berretto frigio in testa e bandiera rossa in mano, caricature di Marianne, icona femminile della "Republique". E nel Quartiere Latino nuove targhe ribattezzavano le vie: boulevard St-Michel divenne in quei giorni "rue du Vietnam héroique". Fuori Parigi si moltiplicavano le fabbriche occupate: il 14 erano solo due, a Nantes e in Lorena; ma il giorno dopo divennero 50, sparse in tutto il territorio nazionale. Il 20 fu occupato anche il porto di Marsiglia.

14 maggio. Lo sciopero spontaneo comincia in Lorena con l'agitazione delle officine Claas. A Nantes gli operai della Sud-Aviation occupano la fabbrica e sequestrano il direttore e alcuni dirigenti.
Intanto a Parigi, alla Sorbonne occupata, gli Enragés e i situazionisti (Debord, Khayati, Viénet), si installano in una sala dell’ateneo (ribattezzata salle Jules Bonnot – anarchico, primo ladro ad aver usato l’automobile), e danno via al Comitato Enragés Situationniste.
Nello stesso giorno, l’Assemblea Generale, elesse il primo Comitato d’Occupazione (15 membri), come il suo unico organo esecutivo (tre le tendenze: riformista, gaushista e, quella minoritaria, situazionista – René Diesel fu comunque eletto nel Comitato). Anche se i vari gruppi di sinistra formarono vari altri comitati per cercare di controllare e condizionare il Comitato d’Occupazione.
15 maggio. Gli operai della Renault-Cléon entrano in sciopero, sequestrano il direttore e una decina di dirigenti, alzano la bandiera rossa sulla fabbrica e dichiarano l'occupazione illimitata. Subito occupate altre due fabbriche nella stessa zona. Occupato anche il Teatro dell’Odeon e la Scuola di Belle Arti, trasformata in atelier popolare.
Enrangés e situazionisti stilano una circolare per l’azione immediata, preparandosi per la rivoluzione sociale o la repressione: Ai membri dell’Internazionale Situazionisti, ai compagni che si sono dichiarati in accordo con le nostre tesi. Nel frattempo Riesel ed i situazionisti denunciano alcuni complotti interni al Comitato d’Occupazione: che viene, con l’espulsione della maggior parte dei membri, azzerato. I situazionisti ne prenderanno di fatto il controllo.
16 maggio. L'agitazione arriva alla Renault di Flins e in serata viene occupata la Renault-Billancourt, principale fabbrica del paese. Le fabbriche occupate sono 50. A Parigi occupata l'Accademia di Francia. CGT e PCF, fanno i pompieri, ed accusano i gruppi estremisti di gettare il paese nel disordine.
17 maggio. I situazionisti lassciano la Sorbonne (dove oramai regna la burocrazia) e formano il Conseil pour le maintien des occupations (CMDO). Nella sera corteo studentesco del Quartiere Latino a Boulogne-Billancourt.
18 maggio. Retour à Paris du Général de Gaulle qui dénonce la «chienlit». Grève générale, la paralysie économique gagne l'ensemble du pays (entre 3 et 6 millions de grévistes). Début des rassemblements d’extrême-droite le soir place de l’étoile (quelques milliers). La CGT propose une rencontre à la FGDS qui refuse
19-20 maggio. Cannes viene definitivamente interrotta. Gli Stati generali del cinema decidono la fine "morale" del Centre Nationale du Cinéma e si danno alcuni obiettivi (attacco al monopolio, abolizione della censura, riforma dell'insegnamento audiovisivo,...).
Occupato il porto di Marsiglia. Bloccate le centrali elettriche e telefoniche. II segretario del Pcf Waldeck-Rochet propone la costituzione di un governo popolare. Il segretario della Cgt Seguy si pronuncia contro lo sciopero insurrezionale.
Il CMDO (40 persone, tra cui dieci situazionisti) occupa, e si insediane l’istituto di Pedagogia Nazionale in via d’Ulm. La sua attività fu caratterizzata dalla propaganda diretta attraverso stampa di volantini, manifesti, testi ed opuscoli.
21 maggio. Gli scioperanti sono 7 milioni (per alcuni tra gli 8 e i 10 milioni). Waldeck-Rochet propone ai leader degli altri partiti di sinistra Mitterand e Mollet la creazione di un blocco unito delle sinistre. Sartre parla alla Sorbona occupata. Occupati anche tutti i principali teatri di Parigi.
22 maggio. Manifestazione, in serata e durante la notte, contro l’interdizione di soggiorno di  Cohn-Bendit, avvenuta il giorno precedente.
23-24maggio. Massima estensione dello sciopero che coinvolge quasi 10 milioni di persone. Scontri e barricate al Quartiere latino ma la Cgt rifiuta di aderire alle manifestazioni per il rientro di Cohn-Bendit. Il leader sindacale Barjonnet si dimette per protesta. olto il diritto di soggiorno al leader del Movimento 22 marzo Cohn-Bendit, di nazionalità tedesca, in trasferta ad Amsterdam per una manifestazione.
L'atteso discorso televisivo di De Gaulle dura 7 minuti. Il generale indice un referendum entro un mese. Gli studenti si scontrano con la polizia nelle principali città (Bordeaux, Strasbourg, Nantes, Toulouse). A Parigi tentano di assaltare la Borsa e impegnano la polizia su un fronte di 10 Km.
25 maggio. Inizio dei negoziati di Grenelle.. Il bilancio degli scontri della notte è pesantissimo: centinaia di feriti, un manifestante morto a Parigi, un commissario ucciso a Lione. In serata nuova battaglia a Bordeaux. Anche i contadini alzano barricate. A Nanterre, studenti di sinistra cacciano da un meeting il deputato comunista René Juquin.
26 maggio. I francesi si sentirono dire che la benzina doveva essere razionata, per le difficoltà di rifornimento create da scioperi e disordini
27 maggio. Accordi di Grenelle, tra sindacati, padroni e governo, firmato alle 7 e un quarto della mattina (augmentation du SMIG et des bas salaires, suppression des abattements de zone, réduction progressive de la durée du travail en vue d’aboutir à la semaine de 40 heures, abaissement de l'âge de la retraite, révision des conventions collectives, reconnaissance de la section syndicale d’entreprise et augmentation des droits syndicaux, …). Georges Séguy, segretario generale del sindacato comunista CGT , un’ora dopo, va a proporre l’accordo agli operai delle officine Renault di Boulogne Billancourt, che lo respingono e votano per la continuazione dello sciopero.
28 maggio. Si dimette il ministro dell'educazione Peyrefitte. Mitterrand propone un governo alternativo presieduto da Mendès-France ma il Pcf si dissocia. La Cgt convoca una manifestazione a Parigi per il giorno seguente
29 maggio. Mezzo milione di persone alla manifestazione organizzata a Parigi dalla Cgt. Nella mattinata De Gaulle scompare per qualche ora all'insaputa di tutti, persino del primo ministro.
30 maggio. Alle 16.30 De Gaulle parla alla radio. Un discorso durissimo in cui rifiuta di dimettersi, scioglie l'Assemblea nazionale, rinvia il referendum, annuncia le elezioni per il 2 giugno, minaccia il ricorso alle forze armate. Enorme manifestazione a sostegno di De Grulle. Un nuovo, imponente corteo attraversò Parigi: non reclamava "tutto e subito", bensì "ordine subito".
31 maggio. Manifestazioni golliste in tutte le città francesi, che si scontrano con gruppi di sinistra. Pompidou forma un nuovo governo. Viene ristabilito il controllo dei cambi. L'approvviggionamento, nell'essenziale, riprende. E' il lungo weekend della Pentecoste.

Epilogo
1 giugno. A Parigi decine di migliaia di persone partecipano a un corteo dell'Unef. La polizia scioglie i picchetti di scioperanti di fronte alla Gare de Lyon. In tutto il paese si formano Comitati d'azione civica gollisti.
5-30 giugno. Il 5 giugno rientrano nei ranghi gli operatori dei servizi. Entro il 17 tutte le fabbriche riaprono, seppure talvolta dopo scontri anche sanguinosi. Una dopo l’altra tutte le facoltà vengono sgomberate. Evacuazione, sgomberi, e scontri violenti il 7. I CRS non fanno sconti, la repressione è durissima: l’11 giugno, attaccano brutalmente gli operai alla Peugeot di Sochaux, e dopo ore di scontri, ne uccise due. Il governa decreta lo scioglimento di tutte le ormazioni gauschiste. Il 15 si scioglie il CMDO.
30 giugno. Elezioni: il partito gollista Udr prende il 43% dei voti e che conquista il 65% dei seggi (297 su 487) all’Assemblea Nazionale. De Gaulle aveva stravinto: oltre alle barricate aveva spazzato via anche l'opposizione parlamentare.


venerdì 11 maggio 2018

Parigi, la notte delle barricate


Nella notte tra il 10 e l’11 maggio 1968, a Parigi si ha uno degli episodi più significativi del Maggio Francese: la “notte delle barricate”.
Il maggio francese, inizialmente animato perlopiù dagli studenti vede il suo convenzionale inizio con l’occupazione della Sorbona e i conseguenti scontri succeduti allo sgombero ed agli arresti da parte della polizia. Da quel momento il movimento inizia ad organizzare ed a prepararsi allo scontro con le forze dell’ordine, precedentemente raro e non particolarmente intenso.
Il 10 maggio un corteo di 20’000 persone si muove verso il ministero della giustizia per chiedere la riapertura della Sorbona (fatta chiudere dal rettore dopo i fatti del 3 maggio) e la liberazione degli studenti arrestati. La polizia occupa i ponti sulla senna, il corteo decide dunque di non provare a forzare gli sbarramenti della polizia per continuare verso il ministero, ma di occupare il Quartiere latino, area universitaria nei pressi della Sorbona. E’ intorno alle 21 che si concretizza l’idea di ingaggiare le forze dell’ordine in uno scontro deciso e iniziare la resistenza ad oltranza: una sessantina di persone inizia ad erigere le prime barricate. Da subito tutti accorrono a rafforzare le difese (“Mai la passione della distruzione si era mostrata più creatrice. Tutti corsero alle barricate. I leaders non avevano più la parola”, commenterà Vienet).
Verso mezzanotte una delegazione di studenti ed insegnanti viene accolta dal rettore, che decide di riaprire l’università, ma che chiaramente non può dare garanzie riguardo agli arrestati.
Solo intorno alle 2.15 la polizia, dopo aver lanciato una enorme quantità di lacrimogeni, decide di caricare gli occupanti. A quell’ora rimanevano in strada circa 2000 persone, la maggior parte studenti (moltissimi liceali, oltre che studenti universitari), qualche centinaio di operai, gruppuscoli di blousons-noirs (piccoli delinquenti), molti stranieri e molte ragazze. Gli scontri continuarono intensissimi per più di tre ore. Intorno alle sei del mattino, dopo più di 500 arresti, e con la fuga degli occupanti (molti dei quali nascosti dalla popolazione della zona, che si mostrò da subito solidale) il quartiere si poteva dire “ripulito” dalle forze dell’ordine, che continuarono i rastrellamenti fino in tarda mattinata. Il Quartiere Latino sembrava però devastato da un tornado, con macchine ribaltate ovunque, masserizie, arredo urbano divelto e ancora ammassato a formare lo scheletro di una notte di resistenza. Le radio e la televisione avevano seguito in diretta lo svolgersi degli scontri, mostrando l’inaudita violenza repressiva delle forze dell’ordine e l’opinione pubblica francese, sin dalla mattina dell’11 era scossa dai fatti della notte: i sindacati indirono uno sciopero in solidarietà con gli studenti.
Quest’ultimo fatto non è di secondaria importanza. Se inizialmente i vertici sindacali liquidarono le mobilitazioni studentesche come piccolo borghesi, mentre la base sindacale si sentiva comunque vicina a questi movimenti (partecipando spontaneamente alla notte delle barricate), la dirigenza si dovette ricredere, prova ne fu il fatto che lo sciopero generale del 13 portò in piazza a Parigi un milione di persone.

giovedì 10 maggio 2018

Maggio 1968 – due parole

È stato un luogo comune dell’intelligenza di sinistra come di destra quello che nulla potesse far presagire un movimento come quello del maggio ’68. Ma sappiamo che è il contrario. Non solo il movimento si preparava nelle profondità della società col diffondersi in strati e condizioni diverse della estraneità e del rifiuto, vissuti sempre più radicalmente anche se confusamente, il che dava luogo a eruzioni episodiche (violenze senza scopo delle bande di giovani emarginati, scioperi selvaggi e manifestazioni violente di operai, lenta dissoluzione degli organismi rappresentativi ed endemizzarsi del disordine fra una parte degli studenti); ma una minoranza lo sentiva venire, ne esprimeva consapevolmente e con la massima chiarezza le tendenze di fondo e si adoperava a precipitarlo.
Non sarebbero sufficienti tutte le chiacchiere sulle rivendicazioni parziali per cancellare un solo momento di libertà vissuta. In pochi giorni la certezza delle possibilità di cambiamento globale aveva toccato un punto senza ritorno. Toccata nei suoi fondamenti economici, l’organizzazione gerarchica smetteva di sembrare una fatalità. Il rifiuto dei capi e dei servizi d’ordine, come la lotta contro lo Stato e i suoi poliziotti, era innanzi tutto diventato una realtà suoi luoghi di lavoro, dove padroni e dirigenti di ogni grado erano stati scacciati. Neanche la presenza di apprendisti-dirigenti, uomini dei sindacati e dei partiti, poteva cancellare dalla mente dei rivoluzionari che ciò che si era fatto di più appassionante si era operato senza dirigenti, e dunque contro di loro. Il termine stalinista fu così riconosciuto da tutti come l’insulto peggiore della bestialità politica. L’interruzione del lavoro, in quanto fase essenziale di un movimento che non ignorava affatto il proprio carattere insurrezionale, rimetteva in testa a ciascuno l’evidenza primordiale che il lavoro alienato produce alienazione. Il diritto alla pigrizia si affermava, non solo nelle scritte popolari come non lavorate mai o vivere senza tempi morti, godere senza ostacoli, ma soprattutto nello scatenamento dell’attività ludica. 


lunedì 7 maggio 2018

Franco Serantini. Storia di un sovversivo e di un assassinio di stato (7 maggio 1972)

Sono passati quarantasei anni dalla morte di Franco Serantini e da allora, in Italia e nel mondo, sono accaduti infiniti fatti. Qual è l’amaro bilancio di una vicenda non soltanto giudiziaria che non ha fatto giustizia e non ha punito gli assassini in uniforme? L’accumularsi dei fascicoli, i conflitti tra uomini delle istituzioni, le ossessive avocazioni, sono serviti soltanto a dare credito al dogma che lo Stato è intoccabile, incapace di processare se stesso come uno Stato limpido e forte non dovrebbe aver timore di fare.
Franco Serantini nasce a Cagliari il 16 luglio 1951. Abbandonato al brefotrofio, vi rimane due anni. Poi viene dato in affidamento a due coniugi siciliani. Lui è una guardia di pubblica sicurezza, la moglie possiede qualche tumulo di terra a Campobello di Licata, in provincia di Agrigento, in collina, nella fascia sudorientale della Sicilia, a una ventina di chilometri dal mare, un paese bruciato, di vita grama. La coppia vive felicemente a Cagliari per due anni con il bambino, poi la moglie si ammala in modo grave e tutti e tre partono per la Sicilia. La donna muore nel 1955. Franco viene affidato allora alla famiglia della moglie della guardia, diventato brigadiere di PS. Ma la famiglia si sfascia – malattie, emigrazioni, bisogni materiali – e chiede che Franco venga ricoverato in qualche istituto di assistenza in Sicilia per poterlo andare a trovare. L’amministrazione provinciale di Cagliari, responsabile del destino del ragazzo, nell’aprile 1960 ordina che Franco sia invece affidato all’Istituto del Buon Pastore di Cagliari. L’Istituto è alla periferia di Cagliari in un quartiere chiamato “Il Giorgino”.
Un ghetto sottoproletario, allora, con una desolata aria di abbandono, in un paesaggio nord-africano dove le stagioni sono segnate, dall’estate alla primavera successiva, dall’arrivo dei fenicotteri, una lunga striscia di uccelli bianchi, rosa e rossi che prendono dimora nello stagno di Santa Gilla. Franco non ha ancora compiuto dieci anni, finisce le elementari. Poi le suore del collegio lo iscrivono alla scuola media “Giuseppe Manno” di Cagliari. È un bambino e poi un ragazzo chiuso, taciturno, infelice. Di carattere duro, difficile, bisognoso d’affetto e d’attenzione, matura nella solitudine i suoi pensieri attorcigliati e contorti. Non è un bravo scolaro e neppure un bravo studente. Ha ormai quindici anni, i suoi rapporti con le suore non sono buoni, il conflitto non ha tregua. A quell’età, negli istituti di assistenza, avviene quasi sempre la rottura con i ricoverati perché le amministrazioni provinciali smettono di pagare le rette.
Agli inizi del 1968 le suore del Buon Pastore si rivolgono al giudice del Tribunale dei minorenni, esprimono l’impossibilità di continuare a ospitare Franco nell’Istituto, motivano le ragioni del conflitto con l’umore del ragazzo, il cattivo carattere, la maleducazione, l’aggressività. Il Tribunale decide allora in questo modo, un capolavoro di umanità e di razionalità: «Siccome la personalità del giovane appare gravemente disturbata per assoluta carenza affettiva e lunga istituzionalizzazione, la personalità del soggetto deve essere bene aiutata con un trattamento affettuosamente comprensivo e sostenitore». Il dispositivo della sentenza conclude che Serantini «per rimediare alla lunga istituzionalizzazione» deve essere rinchiuso in un riformatorio. Lo permette una legge fascista, un regio decreto del 1939 allora in vigore. Davvero il rimedio più appropriato per aiutare un giovane incensurato che ha avuto una difficile vita. Il sistema più adatto a trasformare onesti ragazzi in criminali.
L’Istituto di osservazione per i minori di Firenze destina Franco Serantini all’Istituto di rieducazione maschile Pietro Thouar di Pisa in regime di semilibertà. L’équipe formata da uno psichiatra, da uno psicologo, da un assistente sociale, dopo un lungo esame, ritiene intelligente il ragazzo sardo. Il suo quoziente intellettuale è di 1,02, il quoziente medio è in genere di 0,70.
Pisa, per Franco Serantini, rappresenta la scoperta della vita. La città lo affascina. È il diverso modo di vivere che lo affascina. In Toscana esiste da sempre una pietosa attenzione popolare per gli orfani. Anche l’essere uno del San Silvestro, l’istituto Thouar che lo ospita, non gli pesa, non gli importa molto dire che è uno del riformatorio. È relativamente libero, può uscire anche la sera, fino alle 9 e mezzo. Certo, non ha mutato di colpo il carattere, è soggetto a sbalzi d’umore, spesso insonne, ribelle per amore e per mancanza di affetti. Ma diventa rapidamente un altro in quel ’68, nell’esplosione collettiva di protesta, di manifestazioni, di marce, di parole spesso incomprensibili. È orgoglioso, con un profondo senso della solidarietà, come hanno testimoniato quanti l’hanno conosciuto e gli sono stati vicini. La passione per la politica prende anche lui.
Ha solo quattro anni di vita, Franco Serantini. Spende bene quelle sue ultime stagioni. La sua vicenda, ricordata anche con patimento tanti decenni dopo, vale in assoluto, simbolo di tutta una generazione, inadeguata forse, utopica, presuntuosa, che dopo ha spesso tradito se stessa, incapace di pesare la consistenza dei rapporti di forza che è poi la politica, ma piena di passione, di voglia di fare.
Pisa è in quegli anni, con Trento e Torino, la capitale della contestazione studentesca. Franco Serantini si trova subito a suo agio in quel gran trambusto. Si è come risvegliato. Va a scuola volentieri, prende la licenza media, si iscrive all’Istituto professionale di Stato per il commercio che fa conseguire diplomi di contabili, segretari d’azienda, addetti agli uffici turistici. È attento a tutto e a tutti, come se volesse recuperare un tempo perduto. Studia, legge quel che trova, confusamente, acerbamente, con difficoltà, privo com’è di ogni base di saperi. Frequenta la Federazione giovanile comunista, poi la federazione giovanile socialista. Non possiede idee generali, neppure a livello elementare, cerca di supplire con la volontà di capire. Spesso non comprende i linguaggi che devono tener conto delle tattiche partitiche. È una lastra levigata. Rifiuta le prudenze, le contraddizioni, gli opportunismi.
La strage di piazza Fontana è un evento essenziale per comprendere quegli anni infuocati. Una cesura. Serantini si appassiona di quel che è accaduto a Milano, vuol sempre parlare di Valpreda, di Pinelli, della strage di Stato. Comincia a farsi vedere nella sede di Lotta Continua, è individualista, non accetta neppure le regole più normali del gruppo. Si dà da fare, il ragazzo sardo. Donatore di sangue, cameriere d’estate a Viareggio, operaio stagionale in una fabbrica di piastrelle. Se non si racconta con minuzia la povera, ma orgogliosa vita di Franco Serantini, non si può comprendere appieno la ferocia della sua morte. L’esperienza del mercato rosso al Cep, nato da un’idea di Lotta Continua, lo coinvolge come tutto quello di cui si occupa.
Un gruppo di ragazzi compra negli orti frutta e verdura e la vende agli abitanti di quel quartiere popolare a prezzi molto inferiori ai negozi. Un’economia primitiva alla Robinson Crusoe. I commercianti della zona protestano, il clima di tensione si fa caldo, la polizia interviene, picchia i ragazzi, fa degli arresti. Franco se la cava a malapena durante una retata. Il ragazzo sardo continua a leggere, vuol colmare i suoi vuoti, si appassiona a tutti i libri che gli capitano in mano. Compra, chissà come, chissà perché, Magnati e popolani a Firenze dal 1280 al 1295 di Gaetano Salvemini. La cultura come vita, strumento essenziale per capire il mondo. Costruita dal nulla sulla cera vergine.
Ha un carattere più aperto, meno difeso, fa la conoscenza di tre giovani coppie della borghesia colta. Lo invitano nelle loro case accoglienti. Sono spiritosi, affettuosi, cercano di dare anche un ordine al suo povero bagaglio culturale. Acquista un quaderno dalla copertina nera, ci scrive sopra tutto quel che gli viene in mente, Valpreda, Pinelli, i fatti della Bussola del ’68, il ferimento di Soriano Ceccanti, la contestazione, l’autunno caldo. Frequenta un corso di contabilità d’azienda, fa lavori precari in un ufficio di perforazione schede appaltato dall’Ibm. Con i suoi guadagni ha messo da parte qualche soldo e ha comprato un Ciao usato color blu. Su e giù per le strade della città, una festa. La vita e la morte di Franco Serantini, un puntino nella storia del mondo, possono fare da specchio a quel che accade nell’intero mondo.
Il ragazzo sardo abbandona Lotta Continua, detesta i piccoli capi imperiosi, le volontà egemoniche, le gerarchie, le burocrazie. Alla fine del 1971 si avvicina con naturalezza agli anarchici. Ha letto nel frattempo, con i libri sul fascismo, sull’antifascismo e la Resistenza che lo appassionano, i testi classici dell’anarchia, Bakunin, Malatesta, Cafiero, Kropotkin. Non è un estremista della violenza, è esuberante, desideroso di agire. Lavora come un dannato a scrivere volantini, li tira al ciclostile, va a distribuirli dove e come può. I vecchi anarchici che passano le loro giornate immobili nel camerone di via San Martino, vicino alla Confraternita della Misericordia, sono colpiti e qualche volta anche disturbati dall’attivismo dei giovani del Gruppo anarchico Pinelli di cui Serantini è l’anima.
Ha pochi anni di vita, Franco Serantini. Un breve conto alla rovescia con la morte, il suo. Il 1972 arriva in fretta, il ragazzo sardo non ha ancora compiuto 21 anni. Il nuovo governo Andreotti non ottiene la fiducia del Senato e si dimette. Il presidente della Repubblica Leone scioglie il Parlamento e indice le elezioni per il 7 e l’8 maggio. A Pisa la campagna elettorale è aspra, il clima politico è avvelenato, si temono incidenti per la giornata di chiusura della campagna elettorale, venerdì 5 maggio. La città sembra in stato d’assedio. Da Roma è arrivato il I Raggruppamento celere, sono di servizio anche i carabinieri paracadutisti. Chiudono come in una tenaglia il posto del comizio, il Largo Ciro Menotti, una piccola piazza del centro crocevia di piccole strade ideale per la guerriglia urbana. Sono in programma un comizio fascista al quale si oppone con durezza Lotta Continua e un comizio della sinistra. Il sindaco, l’amministrazione è di sinistra, cerca di opporsi, inascoltato, all’uso di quel posto pericoloso. Il conflitto esplode subito violento. Sembra che gli agenti di polizia abbiano perso i lumi, loro e chi li comanda. Sparano centinaia di lacrimogeni in ogni direzione, si sentono anche colpi di pistola. I giovani di Lotta Continua hanno costruito barricate, lanciano pietre e bottiglie molotov. Tre ore di aspra guerriglia.
Franco Serantini è immobile, solo – un segno del destino – all’angolo tra il Lungarno Gambacorti e via Mazzini. Avrebbe potuto facilmente fuggire, salvarsi. Gli saltano addosso almeno in dieci poliziotti, lo tempestano di colpi, coi calci dei fucili, i manganelli, i piedi, i pugni, con ferocia, con crudeltà. Manifestano su quel povero ragazzo inerme tutta la loro rabbia, la loro furia, la loro frustrazione. Il suo corpo viene massacrato, al capo, al torace, sulle braccia, sulle spalle.
Anche nella morte Franco Serantini soffre della stessa sfortuna che gli è toccata in vita. Viene arrestato, poco dopo le 8 della sera di quel venerdì 5 maggio. Il commissario di PS annota sul suo verbale quel che gli viene contestato: «Manifestazione sediziosa, vilipendio delle forze dell’ordine». Non ha mosso un dito. Gridava insulti, nient’altro. Viene portato in una caserma. Non riesce a restar ritto, dicono i testimoni. All’una di notte è rinchiuso nel carcere Don Bosco. Sta visibilmente male, è bianco come un cencio, ha il corpo spezzato. Dopo il mezzogiorno del sabato è interrogato in carcere dal sostituto procuratore della Repubblica Giovanni Sellaroli: non si rende conto che Franco sta morendo. Sta male, non riesce neppure a tener su la testa, risponde alle domande del magistrato con il capo appoggiato al tavolo. Viene chiuso in una cella di isolamento.
Un medico frettoloso lo visita nell’infermeria del carcere alle 4 e mezzo del pomeriggio. Gli prescrive: «Sympatol-Cortigen, borsa di ghiaccio in permanenza». Anche un profano capirebbe che il ragazzo ha la testa rotta o qualcosa di molto grave, ma non risulta che gli sia stata misurata nemmeno la pressione arteriosa, la frequenza cardiaca, la temperatura, la reattività della pupilla alla luce, prove che avrebbero rivelato subito la drammaticità delle condizioni del detenuto. Dentro il carcere Don Bosco, tra l’altro, funziona un attrezzato centro medico-specialistico adatto a ogni genere di intervento. L’ospedale è vicino.
Franco Serantini non viene ricoverato, non gli viene fatta una radiografia, viene semplicemente rimandato in cella da dove era venuto. Ma entro sera avrà la borsa di ghiaccio da mettere sul capo prescritta dal medico. Muore alle 9,45 del 7 maggio 1972. Il certificato di morte parla di emorragia cerebrale. Tutto qui. La sorte, se così si può dire, seguita a infierire su Franco Serantini. Si tenta di seppellirlo in fretta, di nascosto. Manca il nulla osta del procuratore della Repubblica, non sono neppure passate le 24 ore prescritte dal regolamento. L’impiegato dello Stato civile del Comune fa quel che deve, rifiuta di firmare l’autorizzazione e il tentativo va a monte. Non è finita per Serantini. Il 25 ottobre di quell’anno, quando viene depositata la perizia medico-legale, subisce un altro affronto. Quasi a dire che Franco se l’è voluta la sua morte, visto che anche fisicamente non era uguale agli altri. È scritto nella perizia, firmata da illustri luminari, che Serantini Franco era «portatore di una voluminosa milza», da bambino, infatti, aveva avuto la malaria e le ossa della sua testa – scrivono i periti – erano più sottili del normale: la diploe – lo strato di tessuto situato tra le ossa del cranio – di Franco Serantini era di 0,30 centimetri di spessore invece di 0,40, 0,45 e quindi aveva una minore resistenza ai colpi.
A Franco Serantini è toccata una doppia morte. La morte selvaggia a opera della polizia e la morte decretata dalle istituzioni che non hanno fatto giustizia, tra conflitti giudiziari, avocazioni, tentati trasferimenti di magistrati, reticenze, bugie. Se almeno fosse servita a evitare morti atroci venute dopo, a impedire violazioni della legge e della Costituzione della Repubblica, la somma Carta che si fa di tutto in questi anni per cancellare! Non è accaduto. Uomini dello Stato, il cui compito è quello di garantire la sicurezza dei cittadini, sono risultati responsabili di gravi illegalità. Il più delle volte non hanno pagato alcuno scotto, quando non ne hanno tratto vantaggi di carriera. Dalla vita, Franco Serantini ha avuto soltanto un dono, il funerale.