..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

Translate

domenica 25 giugno 2017

I diseredati della terra sanno come fare la loro rivoluzione

La nostra idea sociale non è né un utopia, né una fantasia e neppure un ideale lontano. Quando le circostanze sono favorevoli i diseredati della terra sanno come fare la loro rivoluzione. Essi sono perfettamente capaci di risolvere tutti i loro problemi e di scavalcare tutte le difficoltà. Per fare questa rivoluzione i proletari non hanno bisogno né di partiti politici, né di élite intellettuali, né di dirigenti...
Quando i proletari scendono nelle strade sanno come sbarazzarsi e senza alcuna difficoltà di tutti i pregiudizi, nazionali, religiosi, cuturali e di costume, Si è spesso rimproverato loro come anche agli insorti di Kronshtadt una spontaneità esagerata, la mancanza di coesione e soprattutto l'assenza di una forte organizzazione operaia. Per certi versi è stato così, ma questo non significa che siamo maturati. Abbiamo conosciuto i nostri difetti e non arretreremo su questo punto...
Senza armonia sociale tutto si riduce a qualcosa di analogo alle piramidi di Egitto, impressionano per la loro grandiosità, ma spaventano per il sacrificio di lutti e miseria che nascondono...
L'indistrializzazione non è una realizzazione dello Stato socialista, ma una tappa obbligata di uno Stato padrone che ha già fallito nel suo programma di un comunismo di guerra. Quanto alla collettivazzazione noi sappiamo che da tempo i contadini hanno cominciato a sfrattare i loro sfruttatori.

(tratto da un discorso di Volin - Francia 1918).

venerdì 16 giugno 2017

In ogni caso nessun rimorso

[…] L'uomo seduto sul pavimento guardava i detriti intorno a lui. Un frammento di soffitto lo aveva ferito al volto. Fissò le due pistole con un'espressione strana, quasi le vedesse per la prima volta. Scosse la testa, sorrise. Aprì lentamente le dita, e le pistole ruotarono su se stesse, rimanendo appese agli indici. Continuò a guardarle oscillare, con le bocche rivolte al suo viso. Nel fondo di quei piccoli tunnel oscuri, c'erano le teste lucenti di due pallottole pronte a scattare verso le sue tempie. Forse era giunto il momento di liberarle, di dare un bersaglio sicuro alla loro corsa. Il cuore pensò, ipnotizzato dal movimento ondulatorio dell'acciaio brunito. Meglio puntarle al cuore. Fermare finalmente quel cuore maledetto, che aveva pompato per anni un sangue schiumoso di sensazioni dolorose, riempiendo le arterie di rancore per le umiliazioni, le stesse che tanti sopportavano senza impazzire, mentre in lui avevano provocato una sete di vendetta inestinguibile.
Si chiese per quale oscura macchinazione del destino nascano uomini diversi dagli altri, da tutti quelli che rimangono a capo chino fino all'ultimo dei loro giorni, in una rassegnazione muta, che rende quei giorni uguali e le notti inesistenti. Si chiese perché a qualcuno tocchi in sorte di non trovare pace ogni volta che tramonta il sole, dannato dall'attesa di un'alba che arriva sempre troppo presto, pronta a dimostrare che ogni oggi sarà peggiore di ogni ieri. La pistola appesa al dito destro la punterò al cuore, pensò, e l'altra al ventre. Perché le viscere avevano ancora più colpa, con quel loro fuoco che bruciava dentro fin da bambino, alimentato dalla fame, dalle bastonate, dall'inutilità di qualsiasi sforzo compiuto per sfuggire al marchio della miseria. Ma non erano state le privazioni ad accenderlo. Questo lo sapeva, era inutile provare a ingannare la realtà. Milioni di esseri umani nascono poveri, ma sono pochi quelli che si consumano e si contorcono per quel fuoco acceso da una sensibilità nefasta, che fa fremere la pelle, che annebbia la ragione, che si trasforma in bisogno d'uccidere ogni volta che si sente ferita.
E altre due pallottole se le meriterebbero gli occhi, pensò, questi occhi nemici della mia sopravvivenza, che si sono soffermati su ogni cosa servisse a trarne sofferenza, rifiutandosi di scorrere sulla vita come davanti a uno spettacolo estraneo. Occhi che avevano scrutato la volgarità di volti insopportabili, che trasudavano arroganza, facce di vincitori tronfi e convinti della propria invulnerabilità. Occhi che si erano creduti in diritto di formulare paragoni all'infinito: a ogni faccia oscenamente sazia, ne sovrapponevano una scarna e triste.
Abbassò le palpebre, fino a serrarle con forza. Il buio agognato non arrivò. A occhi chiusi, tornava a vedere ciò che la luce del mattino riusciva a tenere lontano.
 [---] Riaprì gli occhi. E solo allora si accorse delle schegge che turbinavano nella stanza. Un'altra scarica di fucileria. Il legno delle pareti assorbiva il piombo senza farlo rimbalzare, e nell'angolo dove stava seduto non potevano raggiungerlo con un tiro diretto. Prese un foglio, lo ripulì dalla polvere, cercò la matita e la trovò sotto un lembo di tappezzeria strappata. Poi cominciò a scrivere. “Io Jules Bonnot... ” Si fermò. Tenendo il foglio con due dita, strappò via la striscia col suo nome. Loro sapevano benissimo come si chiamava, tanto valeva non rendersi ridicolo con quell'inizio da burocrate. Riprese a scrivere, indifferente ai calcinacci che gli cadevano sulla schiena.
"...Non chiedevo granché. Camminavo con lei al chiaro di luna nel cimitero di Lione, illudendomi che non vi fosse bisogno d'altro per vivere. Era la felicità che avevo inseguito per tutta la vita, senza esser capace neppure di sognarla. L'avevo trovata, e scoperto che cosa fosse. La felicità che mi era stata sempre negata. Avevo il diritto di viverla, quella felicità. Non me lo avete concesso. E allora, è stato peggio per me, peggio per voi, peggio per tutti... Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse. Ma non ho rimorsi. Rimpianti si, ma in ogni caso nessun rimorso..."

mercoledì 14 giugno 2017

Maya, 19 anni, picchiata dalla polizia

Nella notte tra l'8 e il 9 giugno una ragazza di 19 anni, maya, sta tornando a casa dopo una serata ai murazzi di Torino. Assiste a un controllo su due ragazzi e quindi si avvicina per capire costa sta succedendo. Cominciano immediatamente le intimidazioni degli agenti (avevano forse qualcosa da nascondere?) che la identificano e la minacciano di farle passare la notte in carcere. Nella centralissima piazza Vittorio, Maya viene sequestrata dagli agenti e portata in caserma. In macchina tira fuori il telefono per avvertire la famiglia e gli amici di dove fosse ma la polizia inchioda e le storce un braccio e leva il telefono. In commissariato viene riconosciuta come una militante politica. Maya è infatti impegnata nella lotta per la casa, in particolare nei picchetti di solidarietà per aiutare le persone sotto sfratto organizzati dal collettivo Prendo casa. Nelle stanze del commissariato di via veglia ricominciano quindi gli abusi degli agenti che iniziano a insultarla, la zittiscono e le urlano addosso. Lo stesso agente che le ha storto il braccio in macchina le tira un pugno in faccia e le leva la sedia obbligandola a stare in piedi. Maya viene poi spogliata, perquisita e messa in cella con gli agenti si rifiutano persino di farla andare in bagno. Le minacce e gli insulti continuano per tutta la notte fino a quando Maya viene rilasciata con a carico una denuncia per violenza, resistenza a pubblico ufficiale, oltraggio e per porto d'armi. Quest'ultimo capo di accusa le è stato affibbiato, come le dicono gli stessi agenti, perché in possesso di sette chiodini da muro nel marsupio. Con il volto tumefatto si reca al pronto soccorso dove i medici le certificano 6 giorni di prognosi.
Conosciamo gli ordinari abusi di chi con un'uniforme si crede tutto permesso. Ma qui siamo davanti a un fatto gravissimo, una ragazza appena maggiorenne che viene sequestrata e seviziata per la sua attività politica dalla polizia. Gli eroi in divisa, come ormai succede sistematicamente, le fanno subire anche una denuncia plurima per resistenza e altri delitti nel solo obiettivo di premunirsi contro eventuali provvedimenti verso di loro. Lo diciamo senza giri di parole, la questura di Torino è ormai fuori controllo. Anni di santa crociata contro il movimento NOTAV e gli attivisti politici in città unita all'impunità di fatto concessa da parte della procura locale per "risolvere il problema" hanno creato tra le forze dell'ordine la consapevolezza che ormai tutto è permesso.

video

martedì 13 giugno 2017

Gli indiani metropolitani

Tutto quello che successe prima del 1977 confluì nel Movimento: gli scioperi degli operai, l’occupazione delle case abbandonate, il risanamento dei quartieri periferici delle città, il terrorismo, il movimento femminista, la contestazione ai cambiamenti delle leggi sull’istruzione, la contestazione politica, la lotta al capitalismo. Gli Indiani Metropolitani si inserirono in questo amalgama di anime del Movimento, apportando uno spirito ironico, gioioso e non violento alla sensazione di rivoluzione che si respirò dal mese di febbraio al mese di settembre del 1977.
Nel marzo del 1973 a Torino, presso la Fiat Mirafiori, dei giovani operai occuparono i reparti della fabbrica in un’iniziativa autonoma dal sindacato. Questi giovani si legarono sulla fronte una fettuccia e inscenarono un happening, suonando clacson e battendo tamburi al grido onomatopeico «Èaèaèaèao». Probabilmente questo fu il primo sintomo di quel revival della cultura indiana che prese largo durante il Movimento.
Gli Indiani Metropolitani iniziarono a partecipare attivamente alla vita degli studenti in occupazione, attraverso l’organizzazione di feste e performance e la realizzazione di murales e di scritte ironiche ma che racchiudevano il loro modo di pensare, fondato ad esempio sulla frase «La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà», insieme ad altri due slogan: “Godere operaio” (in opposizione a Potere operaio) e “Godimento studentesco” (in opposizione a Movimento studentesco). Quasi sempre vicino alle scritte murali  era visibile la A cerchiata.
Gli Indiani combinarono svariate forme di creatività, definita di massa e per la massa e che si propose direttamente come modalità di vita: l’arte è vita, la vita è arte. Il risultato dell’addizione di avanguardie storiche, controcultura americana, situazionisti francesi, teorie marxiste-leniniste, letteratura e poesia si trasformò in una scossa che attraversò tutto il 1977, che sconvolse le vite sia di chi la produsse sia di chi invece solo assistette dall’esterno all’invettiva degli “artisti” del Movimento. Ci fu un atteggiamento di completa indifferenza nei confronti delle regole di contestazione e comunicazione e nei confronti di chi queste regole le aveva enunciate; scardinare tutte le pratiche che fino a quel momento avevano gestito la vita sociale, culturale ed educativa della gioventù per trasformarle in un qualcosa di incomprensibile (nonsense) e irriverente.
 L’ala creativa del Movimento del ’77 basò i suoi principi sul cambiamento di vita riguardo tutti gli aspetti sociali, combattendo l’obiettivo della liberazione individuale e collettiva. Le pratiche artistiche rappresentarono uno dei punti salienti e distintivi del Movimento andandosi a configurare come massimo tentativo di eliminare il livello di separazione tra il piano della creatività e il piano dell’esistenza.
L’ideologia del rifiuto del lavoro stabilì la perdita di senso dell’agire umano nel lavoro salariato, un lavoro inteso prima solo come occupazione del proprio tempo, a cui venne sostituito il concetto di rifiuto del lavoro inteso come un’occupazione dello spazio (la metropoli) in cui si poteva essere liberi di divulgare i desideri individuali. Alla liberazione degli spazi metropolitani, si affiancò la consuetudine della riappropriazione delle merci secondo la logica di ottenere delle comodità, a cui le giovani generazioni non volevano rinunciare, un altro modo per opporsi al governo dell’austerità e per rivendicare un’eguaglianza sociale.
Il fallimento della parità tra le classi sociali creò un nuovo individuo desiderante, sovversivo e antagonista che si sentì incompreso e discriminato dalla società claustrofobica rappresentata dalla famiglia, dall’economia e dalla politica.

sabato 10 giugno 2017

Il sentiero verso la libertà

Non si può creare un nuovo sentiero nel bosco fintanto che non si comincia a percorrerlo. I sentieri si possono formare soltanto in questo modo: percorrendoli. All'inizio ci saranno rovi, ma più si cammina e meno rovi si avranno. Chi si astiene dal percorrere nuove strade, e non contribuisce così alla loro formazione, o è felice della vecchia e dolorosa strada, o ha paura di qualcosa di diverso. Prendiamo questi due casi. Se una persona è felice della vecchia strada, una strada che ha sempre dimostrato di essere sterile e malvagia, non dovrebbe lamentarsene, mentre invece io sento lamenti che mi giungono in continuazione da questi viaggiatori che in realtà non viaggiano, ma ripetono noiosamente un cammino di schiavitù essendo convinti che sia libertà. Se invece la persona ha paura di qualcosa di diverso, questa persona ha seri problemi psicologico-culturali che sono soltanto suoi, sono suoi fantasmi, e dovrebbe porvi rimedio. Non si possono congetturare pericoli sulla base di pregiudizi, magari messi in testa da chi ha tutto l'interesse che si cammini sempre e soltanto sull'unica strada. E non si possono nemmeno ipotizzare dolori su una strada che non si conosce quando per cinquemila anni si è percorso un calvario costante e straconosciuto. Non c'è bisogno di scomodare analisti e cervelloni vari per capire che tutti quelli che denigrano o rigettano a priori qualcosa che non conoscono stanno soltanto difendendo e perpetuando qualcosa che ormai da troppo tempo il buon senso suggerisce di distruggere, abbandonare, cancellare.

venerdì 9 giugno 2017

Intossicati dalla credenza in un avvenire migliore

Intossicati dalla credenza in un avvenire migliore, gli individui cessano di fidarsi del proprio giudizio e chiedono che gli si dica la verità su ciò che «sanno». Intossicati dalla credenza in un migliore decision-making, stentano a decidere da soli e ben presto perdono fiducia nella propria capacità di farlo. La crescente impotenza dell’individuo a decidere da solo incide sulla stessa struttura delle sue aspettative. Mentre una volta gli uomini si disputavano risorse realmente scarse, oggi reclamano un meccanismo distributore per colmare una carenza che è solo illusoria.
Gli individui, che hanno disimparato a riconoscere i propri bisogni, come a reclamare i propri diritti, divengono preda del sistema che definisce in vece loro le loro esigenze e rivendicazioni. La persona non può più contribuire di suo al continuo rinnovamento della vita sociale. L’uomo arriva a diffidare della parola, pende da un sapere presunto. Il voto rimpiazza la discussione, la cabina elettorale il tavolino del caffè. Il cittadino si siede dinanzi allo schermo e tace
Le regole del senso comune che permettevano alla gente di unire e scambiarsi le proprie esperienze sono distrutte. Il consumatore-utente ha bisogno della sua dose di sapere garantito, accuratamente preconfezionato. Trova la propria sicurezza nella certezza di leggere lo stesso giornale del vicino, di guardare la stessa trasmissione televisiva del suo padrone. Si accontenta di avere accesso allo stesso rubinetto di sapere del suo superiore, anziché perseguire l’uguaglianza di condizioni che darebbe alla sua parola lo stesso peso di quella del suo padrone.
La dipendenza, che tutti accettano come ovvia, nei confronti del sapere altamente qualificato prodotto dalla scienza, dalla tecnica e dalla politica, erode la fiducia tradizionale nella veracità del testimone e svuota di senso i modi con cui gli uomini possono scambiarsi le proprie certezze. Riponendo la propria fede nell’esperto, l’uomo si spoglia prima della sua competenza giuridica e poi di quella politica. La fiducia nell’onnipotere della scienza induce i governi e i loro amministrati a cullarsi nell’illusione di poter eliminare i conflitti suscitati da un’evidente rarefazione dell’acqua, dell’aria o dell’energia, a credere ciecamente agli oracoli degli esperti che promettono miracolose moltiplicazioni.
Nutrita del mito della scienza, la società abbandona agli esperti persino la cura di fissare i limiti dello sviluppo. Una simile delega di potere distrugge l’intero funzionamento politico; alla parola come misura di tutte le cose sostituisce l’obbedienza a un mito, e alla fine legittima in un certo senso anche la conduzione di esperimenti sull’uomo. L’esperto non rappresenta il cittadino, fa parte di una élite la cui autorità si fonda sul possesso esclusivo di un sapere non comunicabile; ma questo sapere, in realtà, non gli conferisce alcuna particolare attitudine a definire i confini dell’equilibrio della vita. L’esperto non potrà mai dire dove si colloca la soglia della tolleranza umana: è la persona che la determina, nella comunità; e questo suo diritto è inalienabile. 

domenica 4 giugno 2017

Il dominio

Dominare significa avere sotto di sé, possedere, sottoporre al proprio controllo; in un concetto solo vuol dire regolare secondo un proprio ordine. Attraversata da una prospettiva irriducibilmente legata alla volontà di sottomettere, la realtà del mondo civilizzato è interamente pervasa da relazioni di dominanza-soggezione. Tutto, nel mondo moderno, e spiegato con l’esercizio del potere di qualcuno su qualcun altro o su qualcosa: dei genitori sui figli, dei maestri sugli allievi, dei principali sui dipendenti, dei governanti sui governati, del genere umano sulla natura. Invece di cercare di entrare in contatto con quanto ci circonda siamo abituati a guardare ogni cosa dall’alto verso il basso o dal basso verso l’alto: lo scopo non è mai quello di portare dentro ma quello di stare sopra, di gestire, di determinare. Controllare, nel suo significato corrente cioè mantenere nel proprio potere, è ciò che definisce le nostre relazioni con il mondo, sin dalle modalità con le quali lo percepiamo (sapere inteso come padronanza). Nella civiltà non può esistere il disordine, la dinamicità, la sorpresa, lo sbalordimento, l’ineluttabilità delle circostanze della vita, ma solo ciò che appare dominabile anche solo mentalmente: la prevedibilità dei fatti, l’assetto e la preparazione delle cose, la loro matematica comprensione attraverso i modelli fissi di una razionalità logico-scientifica che non ammette divagazioni sul tema. Quello che esiste deve essere costantemente organizzato, strutturato, trasformato, plasmato secondo la nostra volontà; quello che non ci pare a posto deve finire con l’esserlo a tutti i costi. Per l’individuo civilizzato vivere non è mai una apertura creativa verso ciò che esiste ma un’operosa attività di sottomissione del mondo a sé: è l’iniziazione insomma a un sistema di regole rigide da rispettare e da imporre a sua volta.

mercoledì 31 maggio 2017

Quella volta che Jacob si travestì da commissario

Il 1° aprile 1897, a Marsiglia, quattro individui piuttosto giovani ma dal portamento austero entrano nella sede del Monte di Pietà in rue Petit-Saint-Jean. Uno di essi porta la fascia tricolore sul petto e si presenta come commissario di polizia: esibisce un mandato di perquisizione sostenendo che, da informazioni sicure, nel banco dei pegni si trova la refurtiva di un colpo in cui e stato commesso un quadruplo omicidio. L’allibito direttore si inchina all’autorità, è imbarazzato e soprattutto preoccupato per i prestiti  ad alto interesse che concede privatamente sulle polizze, e certo non può escludere che tra i molti gioielli incamerati non vi sia della refurtiva. Il commissario ordina di sprangare le porte e comincia subito l'inventario. Per tre ore i quattro individui sequestrano tutti i pezzi di maggior valore infilandoli nelle valigette, dopo aver annotato le caratteristiche in una lista. Il direttore tenta ogni tanto di discolparsi per l’attività di usuraio, la moglie piange, il suo impiegato maledice il superiore tra i denti per avergli causato una simile vergogna...
Ultimata la requisizione, i tre complici si allontanano con le valigette colme di preziosi mentre il “commissario” infila le manette ai polsi del direttore e dell’impiegato: “Spiacente, ma dovrete chiarire la vostra posizione al magistrato inquirente”, e li fa salire su una carrozza, dando al vetturino l’indirizzo del Palazzo di giustizia.
L’accompagna quindi davanti alla porta del procuratore della Repubblica, intimando ai due di sedere sulla panca del corridoio mentre lui va a “prendere ordini”. L’individuo entra nell’ufficio, richiude la porta, vi resta qualche istante per chiedere un’informazione, torna fuori e toglie le manette al direttore, dicendogli: “La questione è molto, davvero molto grave... Il procuratore in persona vi interrogherà, aspettate qui, verrete chiamati entro breve tempo”. E si allontana tranquillamente, uscendo dal palazzo.
Qualche ora più tardi, il direttore-usuraio e io suo malcapitato impiegato guardano con crescente disperazione i dipendenti che se ne vanno, finche il Palazzo di giustizia resta completamente deserto. Ma non osano chiedere nulla, temono di suscitare le ire del procuratore disobbedendo agli ordini del “commissario”… L’usciere, andando a chiudere il portone, si accorge dei due e chiede cosa diamine stiano facendo lì. Al direttore cedono i nervi: si alza di scatto, piagnucola di non aver fatto nulla di grave, si protesta innocente per quanto riguarda la refurtiva e minimizza i guadagni come usuraio, implora, grida, si dispera. L'usciere, stupefatto, corre ad avvertire il giudice istruttore, l'ultimo rimasto nel palazzo. Questi, già in ritardo per una cena con ospiti a casa sua, va su tutte le furie e ordina di sbattere in cella i due sventurati: qualche reato devono pur averlo commesso se si trovano in quella situazione, tanto vale che meditino una notte dietro le sbarre, l’indomani si deciderà. Condotti in prigione singhiozzanti e prostrati, il direttore e l’impiegato saranno più tardi interrogati da un brigadiere della gendarmeria, che dal magma di assurdità e discorsi incoerenti proferiti, tra i quali emergono comunque stranezze da chiarire, intuisce qualcosa di bizzarro, che assomiglia a una colossale beffa. Avverte le autorità, e solo il giorno dopo il mistero è svelato: mai in città si era ordita un'impresa criminosa più sfrontata e audace, con indubbi risvolti esilaranti. Tutta Marsiglia ne riderà per mesi.
Un'azione degna di Arsenio Lupin. In realtà si chiama Alexandre-Marius Jacob, anarchico francese votato a gabbare l’autorità e i ricchi borghesi derubandoli con astuzia e spettacolarità, senza rinunciare ad un tocco di eleganza in ogni gesto. Quando lo scrittore Maurice Leblanc presenterà nel giugno del 1905 il personaggio di Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo, descrivendolo come “l'uomo dai mille travestimenti, di volta in volta autista, tenore, prelato, antiquario o ufficiale degli ussari, che colpisce castelli e salotti e che una notte, penetrato nella dimora del barone Schorman, ne uscì a mani vuote lasciando un biglietto: 'Tomerò quando mobili e gioielli saranno autentici’..", molti in Francia conoscevano il personaggio a cui si era ispirato, quell'Alexandre-Marius Jacob che tre mesi prima era comparso davanti al tribunale di Amiens, accusato di essere il capo dei Travaílleurs de la nuit, i "Lavoratori della notte”, la banda di anarchici che aveva ridicolizzato polizia e alta società per anni. Al processo, magistrati, avvocati e pubblico erano rimasti allibiti (o affascinati) dalla verve oratoria di Jacob, ironico e cortese, sferzante e sicuro di sé fino all’irriverenza. In un articolo su “L'Aurore" si legge: “Non è più la società, rappresentata da giudici e giurati, che giudica Jacob, il principe dei ladri: è Jacob che fa il processo alla società. È lui, in realtà, a condurre il dibattimento. È sempre lui di scena. È sempre lui a dire l’ultima parola. Formula domande e risposte, presiede, giudica! Ai suoi lati ci sono i gendarmi, ma la loro presenza perde importanza non appena Jacob prende la parola per interrogare il presidente. Va tutto a rovescio!

domenica 28 maggio 2017

Torino: manifestazione antimilitarista

Venerdì 2 giugno
manifestazione antimilitarista
ore 15,30 piazza Statuto - Torino

Contro il business delle armi
Contro la guerra ai poveri, il daspo urbano, i militari nel Mediterraneo e nelle nostre periferie
Contro tutti gli eserciti! Per un mondo senza frontiere, eserciti, sfruttamento, dominio

L'Italia è in guerra. A pochi passi dalle nostre case si producono e si testano le armi impiegate nelle guerre di ogni dove.
Le usano le truppe italiane nelle missioni di "pace" all'estero, le vendono le industrie italiane ai paesi in guerra. Queste armi hanno ucciso milioni di persone, distrutto città e villaggi, avvelenato irrimediabilmente interi territori.
All'Alenia di Caselle Torinese oltre ad un nuovo lotto di cacciabombardieri Eurofighter, da quest'anno produrranno anche droni da combattimento.
La spesa di guerra è 68 milioni di euro al giorno. Pensateci quando aspettate sei mesi una visita specialistica. Pensateci quando aspettate da decine di minuti l'autobus.
L'Italia è in guerra. Truppe italiane sono in Afganistan, in Iraq, in Val Susa, nel Mediterraneo e nelle strade delle nostre periferie, dove i nemici sono i poveri, gli immigrati, i senza casa, chi si oppone ad un ordine sociale feroce.
Il ministro dell'Interno Minniti ha promosso una legge sulla sicurezza urbana che prevede il daspo, il divieto ai senza casa, senza lavoro, senza documenti di vivere in certi quartieri. Un nuovo capitolo della guerra ai poveri, che saranno puniti perché dormono su una panchina o occupano una casa.
Ogni giorno qualcuno muore nel Mediterraneo. Nei prossimi mesi ne moriranno di più: il governo ha deciso di mettere sotto controllo le navi dei volontari che assistono i migranti sui barconi. Presto guardia costiera e militari imporranno la loro presenza sulle imbarcazioni. A chi non ci sta verrà vietato di approdare in Italia.
L'Italia è in guerra. Ma il silenzio è assordante.
La retorica sulla sicurezza alimenta l'identificazione del nemico con il povero, mira a spezzare la solidarietà tra gli oppressi, perché non si alleino contro chi li opprime.
La retorica della sicurezza alimenta l'immaginario della guerra di civiltà, della paura della jihad globale, mentre il governo italiano è alleato di paesi che finanziano chi semina il terrore.
Chi promuove guerre in nome dell'umanità paga il governo libico e quello turco, e presto anche quelli di Niger e Ciad, perché i profughi vengano respinti e deportati.
Il silenzio è assordante. Il pensiero sulla sicurezza - lo stesso a destra come a sinistra - sembra aver paralizzato l'opposizione alla guerra, al militarismo, alla solidarietà a chi fugge persecuzioni e bombe.
Nel silenzio dei più c'è chi decide di mettersi di traverso, di sabotare le antenne assassine di Niscemi, di battersi contro le fabbriche d'armi, di fermare le esercitazioni di guerra, di aprire ed abbattere le frontiere, di gridare forte il proprio disgusto per la patria e il nazionalismo.
Per fermare la guerra non basta un no. Occorre incepparne i meccanismi, partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d'armi, uomini armati per le strade.

sabato 27 maggio 2017

¡ Aquì no se rinde nadie, hijueputa!

Continuare a ribellarsi, continuare a lottare anche se tutto sembra vano.
Il battello chiamato Granma salpò la notte tra il 24 e il 25 novembre 1956 dalla foce del Rio Tuxpan nello stato messicano di Veracruz, con un carico di ottantadue uomini tra cui Fidel Castro ed Ernesto “Che” Guevara. All’alba del 2 dicembre approdarono sulla Playa de las Coloradas, a Cuba. L’esercito del dittatore Batista, già allertato, scoprì quasi subito la loro presenza, e si mobilitò in forze. Il 5 dicembre, i rivoltosi sfiniti ed affamati decisero di accamparsi in una piantagione di canna da zucchero ad Alegria de Pio. 
Al contrario del nome della località dove si stabilirono, l’umore dei “barbudos” era a terra; l’attraversata non fu facile a causa dell’eccessivo numero di persone a bordo, del continuo maltempo e delle pessime condizioni dell’imbarcazione, impiegarono sette giorni invece dei tre previsti, in pratica il loro sbarco fu un vero e proprio naufragio, perdendo l’intero equipaggiamento pesante e con otto uomini che risultavano dispersi.
E il posto in cui erano praticamente crollati aveva un nome macabramente beffardo: nessuna allegria, nessuna pia misericordia, ma una pioggia di piombo senza pietà. Centinaia di soldati si erano attestati a poche centinaia di metri, e di lì a poco gli aerei da ricognizione individuarono i ribelli.
Si scatenò una sparatoria generale, tre membri della spedizione caddero subito falciati dalle raffiche incrociate, ognuno cercava scampo tra le canne rispondendo al fuoco come poteva. Poi ci fu una pausa di silenzio irreale, rotto dalla voce dell’ufficiale della truppa che intimava la resa. Qualcuno, tra i ribelli, mormorò timidamente che, forse, era davvero tutto perduto…
Ad un tratto si sentì una voce:
¡Aquí no se rinde nadie, hijueputa!
Qui non si arrende nessuno, figlio di puttana!” Fu quell’incitamento, lanciato da Camilo Cienfuegos, un rivoluzionario di cui si sente parlare poco, fu quello spirito indomabile, quel desiderio di continuare a ribellarsi, a lottare, anche se tutto sembrava ormai perduto, che diede la spinta necessaria a rovesciare la situazione.
Il combattimento riprese con maggiore intensità di prima, i soldati non riuscirono nell’intento di circondarli; i sopravvissuti ripiegarono in piccoli gruppi, perdendo i contatti. Camillo “Centofuochi” rimase con due compagni, e soltanto quattro giorni più tardi riuscì a ricongiungersi con il Che e pochi altri. Ci furono abbracci e occhi lucidi, e la risata limpida di Camilo che riprese ad esortarli.
Niente di strano, per chi aveva deciso di dare l’assalto al cielo in ottantadue contro un esercito di trentacinquemila soldati con carri armati e aviazione, ritrovandosi poi in quindici, e decidendo di proseguire, senza il minimo dubbio, verso l’orizzonte della rivolta, anche se questo si va sempre allontanando, convinti del fatto che un giorno la rivoluzione avrebbe trionfato.