..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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domenica 20 agosto 2017

Il varco

“Proprietario del mio potere sono io stesso, e lo sono nel momento in cui so di essere unico. Nell'unico il proprietario stesso rientra nel suo nulla creatore, dal quale è nato. Ogni essere superiore a me stesso, sia Dio o l'uomo, indebolisce il sentimento della mia unicità e impallidisce appena risplende il sole di questa mia consapevolezza. Se io fondo la mia causa su di me, l'unico, essa poggia sull'effimero, mortale creatore di sé che se stesso consuma. ”
Max Stirner: “L' unico e la sua proprietà”

A volte mi piace paragonare l'esistente ad un'ampia strada circolare senza sbocchi laterali. Penso con tristezza alle stagioni del vivere che si susseguono con una prevedibilità sconcertante resa ancora più squallida (e spesso dolorosa) dalle consuetudini sociali e dagli artigli del dominio. L'azione nefasta di entrambi comprime costantemente le pulsioni e i desideri dell'individuo che viene obbligato a percorrere un unico tracciato. Attraverso le lunghe gallerie dell'educazione, della famiglia, della religione, del lavoro e del diritto etc... si cerca di modellare l'unicità dei viventi sino a ridurli a materiali inerti privi di stimoli creativi e di capacità di azione. L'espansione epidemica della tecnologia ha alterato la percezione del reale sostituendosi con una vasta dimensione spettacolare.
Lo spontaneo incedere dell'io viene bloccato in un ruolo mistificante. Il potere organizza, attraverso il consenso sociale, lo svuotamento dell`autenticità egoistica trasformandola in un simulacro. Ecco profilarsi il presupposto della “lievitazione” della massa industrializzata, obiettivo ultimo di ogni sistema politico autoritario. Come evadere allora da questo perverso circuito? La consapevolezza della potenzialità dell'io e della sua finitudine incentiva il desiderio di appropriarsi del presente e di goderlo, di consumarlo senza remore. Non bisogna proiettarsi in un futuro “magnifico” fondato sull'attesa messianica di un'umanità liberata. La nostra unicità esige fin da ora la fruizione del mondo, pretende di assaporare la linfa vitale che fluisce nell'attimo irripetibile. Ostacolo a tutto questo rimane pertanto la malattia specificatamente umana chiamata dominio, cancro abnorme che assimila la nostra energia primigenia. Sottrarsi a questo parassita letale è la reazione necessaria per continuare a vivere. Questo atto preferisco chiamarlo rivolta. É l'espandersi orgoglioso dell'io che sboccia nel gesto liberatorio di spezzare le catene, di abbattere il muro della prigione, di aprire al fine un varco e di respirare profondamente il profumo di un nuovo giorno.

venerdì 18 agosto 2017

L’impeto refrattario

Una forza naturale e indomabile insita nei viventi scuote da sempre la struttura del dominio e della società. L'impeto refrattario fa tremare le artificiali e precarie fondamenta del potere (nelle sue varie forme politiche, economiche, religiose, morali e culturali) che nel corso del tempo sono state costruite sullo sfruttamento e sulla morte. Ogni individuo dotato di energia vitale non si adegua volontariamente all'esistente ma lo contrasta con tutti i mezzi a sua disposizione. Gli esseri viventi nascono liberi e con una propria unicità che non desidera essere sottoposta a coercizioni, a limiti, tanto meno a prigionie.
Quando l'io prende coscienza di sé inizia una lotta incessante con una realtà sociale che lo vuole plasmare nei suoi innumerevoli “valori” basati sull'autoritarismo e sull'oppressione. Nei primi mesi di vita l'individuo viene educato (prima dall'ambiente famigliare poi dalla scuola) per diventare un “buon cittadino”, un “lodevole studente”, un “lavoratore produttivo”, un “bravo genitore”, un “generoso consumatore di merci”. L'addestramento viene completato dalle nuove tecnologie mediatiche che bombardano incessantemente la sua mente. Ma l'egoista refrattario respinge con veemenza questo sistema omologante e si adopera per bloccare questo gigantesco meccanismo distruttore.
L'individuo ribelle comprende benissimo che per manifestare e difendere la propria libertà (e quella dell'intero vivente) deve necessariamente scontrarsi con il dominio. L'io refrattario non rinvia la lotta a un incerto domani (in attesa di creare o usufruire di organizzazioni politiche rassicuranti) ma intraprende fin da subito la propria lotta senza tregua e se in questo frangente incontra altri indomabili affini si unisce a loro per rendere più efficace la sua battaglia.
L'individuo ribelle è un vagabondo del pensiero, un nomade della conoscenza e di tutti i territori esistenziali; afferra ciò che desidera e lo divora senza ritegno, gode il presente e ignora il futuro, detesta la rinuncia e per evitarla è disposto ad affrontare rischi estremi. La conquista dell'esistente da parte dell'io è possibile soltanto liberando l'impeto refrattario, questa fiamma primigenia che ci muove fin dal primo respiro. Quanti solerti funzionari del dominio si adoperano per soffocarla! Per spegnere la brace che arde silente nel nostro gesto sovversivo! Ma nessuno alla fine può opporsi al sorgivo impulso ribelle che frantumando ogni barriera diviene danza gioiosa del vivere.

mercoledì 16 agosto 2017

Il tiranno secondo Etienne de la Boétie:

«Vi sono tre tipi di tiranni: gli uni ottengono il regno attraverso l’elezione del popolo, gli altri con la forza delle armi, e gli altri ancora per successione ereditaria. Chi lo ha acquisito per diritto di guerra si comporta in modo tale da far capire che si trova, diciamo così, in terra di conquista. Coloro che nascono sovrani non sono di solito molto migliori, anzi essendo nati e nutriti in seno alla tirannia, succhiano con il latte la natura del tiranno, e considerano i popoli che sono loro sottomessi, come servi ereditari; e, secondo la loro indole di avari o prodighi, come sono, considerano il regno come loro proprietà. Chi ha ricevuto il potere dello Stato dal popolo […] è strano di quanto superino gli altri tiranni in ogni genere di vizio e perfino di crudeltà, non trovando altri mezzi per garantire la nuova tirannia che estendere la servitù ed allontanare talmente i loro sudditi dalla libertà, che, per quanto vivo, gliene si possa far perdere il ricordo. A dire il vero, quindi, esiste tra loro qualche differenza, ma non ne vedo affatto una possibilità di scelta; e per quanto i metodi per arrivare al potere siano diversi, il modo di regnare è quasi sempre simile».

Interessante l'analisi che Boétie fa sui modi in cui i tiranni convincono i cittadini a sottomettersi:

1) Abituarli all'abitudine e all'oblìo
«È incredibile come il popolo, appena è assoggettato, cade rapidamente in un oblio così profondo della libertà, che non gli è possibile risvegliarsi per riottenerla, ma serve così sinceramente e così volentieri che, a vederlo, si direbbe che non abbia perduto la libertà, ma guadagnato la sua servitù [...] È vero che, all’inizio, si serve costretti e vinti dalla forza, ma quelli che vengono dopo servono senza rimpianti e fanno volentieri quello che i loro predecessori avevano fatto per forza. È così che gli uomini che nascono sotto il giogo, e poi allevati ed educati nella servitù, senza guardare più avanti, si accontentano di vivere come sono nati, e non pensano affatto ad avere altro bene né altro diritto, se non quello che hanno ricevuto, e prendono per naturale lo stato della loro nascita. [...] Benché dunque l’indole umana sia libera, l’abitudine ha sugli individui effetti maggiori che non la loro indole, e così essi accettano la servitù se sono sempre stati educati come schiavi».

2) Abbrutirli
Qui Boétie elenca una serie di divertimenti, 'distrazioni poco serie' di cui i tiranni si servono per impoverire culturalmente il popolo, una sorta di televisione ante-litteram, com'è stata la musica elettronica e vuota degli anni '80 dopo l'impegno sociale dei cantautori nei '70, praticamente la strategia romana del 'panem et circenses'. Infatti dice:
«Così i popoli, istupiditi, trovando belli quei passatempi, divertiti da un piacere vano che passava loro davanti agli occhi, si abituavano a servire più scioccamente dei bambini che, vedendo le luccicanti immagini dei libri illustrati, imparano a leggere».

3) Dividerli
Se è vero che 'il popolo unito non sarà mai vinto', allora la strategia di Stato deve intervenire per fare in modo che il popolo venga diviso e litighi. Ma, al contempo, è necessario che il tiranno, il capo del governo, venga percepito come l'entità unificatrice, il tutore, il padre raccoglitore di tutte le istanze, l'eliminatore delle discordie interne al popolo (che il tiranno stesso aveva messo). Lo Stato deve essere percepito come un dogma, il cui rappresentante, il capo, dev'essere un Hammurabi o un faraone, colui che unisce il popolo sotto uno scettro (carta costituzionale).
«gli imperatori romani non dimenticarono neanche di assumere di solito il titolo di tribuno del popolo, sia perché quella era ritenuta sacra, sia perché era stata istituita per la difesa e la protezione del popolo, e sotto la tutela dello Stato. Così si garantivano che il popolo si fidasse di più di loro, come se dovesse sentirne il nome e non invece gli effetti. Oggi non fanno molto meglio quelli che compiono ogni genere di malefatta, anche importante, facendola precedere da qualche grazioso discorso sul bene pubblico e sull’utilità comune».

4) Gerarchizzarli
«non lo si crederà immediatamente, ma certamente è vero: sono sempre quattro o cinque che sostengono il tiranno, quattro o cinque che mantengono l’intero paese in schiavitù. È sempre successo che cinque o sei hanno avuto la fiducia del tiranno, che si siano avvicinati da sé, oppure chiamati da lui […]. Questi sei ne hanno seicento che profittano sotto di loro, e fanno con questi seicento quello che fanno col tiranno. Questi seicento ne tengono seimila sotto di loro, che hanno elevato nella gerarchia, ai quali fanno dare o il governo delle province, o la gestione del denaro pubblico […].Da ciò derivano grandi conseguenze, e chi vorrà divertirsi a sbrogliare la matassa, vedrà che, non seimila, ma centomila, milioni, si tengono legati al tiranno con quella corda […]. Insomma che ci si arrivi attraverso favori o sotto favori, guadagni e ritorni che si hanno sotto i tiranni, si trovano alla fine quasi tante persone per cui la tirannia sembra redditizia, quante quelle cui la libertà sarebbe gradita»

domenica 13 agosto 2017

Ravachol davanti ai giudici

Il 1° maggio del 1891 il governo francese fece reprimere una manifestazione a Fourmies con l'uso delle armi, 14 persone furono uccise e 40 ferite. Nello stesso giorno a Clichy la polizia arrestò alcuni anarchici che avevano usato delle armi, furono condannati a lunghe detenzioni e ai lavori forzati.
Per vendetta, l'11 marzo del 1892 Ravachol mise una bomba nella casa del giudice di Clichy e il 27 marzo in casa del procuratore. Nello stesso mese organizzò un attentato presso una caserma di Parigi. Gli attentati provocarono grossi danni ma non fecero vittime.
Ravachol fu riconosciuto dal proprietario di un ristorante nel quale si trovava e arrestato. Fu condannato ai lavori forzati a vita ma due mesi più tardi il processo passò al tribunale di Montbrison dove era stato accusato di omicidio e la condanna fu trasformata in condanna a morte per ghigliottinamento.
Questa la dichiarazioni davanti ai giudici di Francois Claudius Koenigstein, detto Ravachol:

Se prendo la parola, non é per difendermi degli atti di cui mi si accusa, poiché solo la società che, con la sua organizzazione, mette gli uomini in continua lotta gli uni contro gli altri, é responsabile. E in effetti, non vediamo in tutte le classi, in tutti gli ambienti, persone che desiderano, non dico la morte, poiché suonerebbe male all'orecchio, ma la disgrazia dei loro simili se questa può procurare loro dei vantaggi?
Esempio: un padrone non si augura di veder sparire un concorrente? Tutti i commercianti, in generale, non vorrebbero, reciprocamente, essere i soli a godere i vantaggi che possono venire dalla propria industria?
L'operaio senza impiego non sogna, per ottenere del lavoro che, per un qualsiasi motivo, colui che é occupato venga licenziato?
Ebbene, in una società dove si producono simili fatti non devono sorprendere atti come quelli che mi si rimproverano, i quali non sono altro che la logica conseguenza della lotta per l'esistenza tra gli uomini che per vivere sono obbligati ad impiegare tutti i mezzi possibili. Dal momento che ciascuno deve pensare a sé, colui che si trova nella necessità deve agire. Ebbene! Poiché così é, quando ho avuto fame non ho esitato ad impiegare i mezzi che erano a mia disposizione a rischio di fare delle vittime.
Quando i padroni licenziano gli operai si preoccupano poco di vederli morire di fame.
Tutti coloro che hanno il superfluo, si interessano di chi manca delle cose necessarie? Vi sono alcuni che danno qualche aiuto, ma sono impotenti a sollevare tutti coloro che si trovano in stato di necessità e che muoiono prematuramente in seguito a privazioni di ogni tipo, o volontariamente suicidandosi in ogni modo per porre fine ad un'esistenza miserabile o per non aver potuto sopportare i rigori della fame, le onte delle innumerevoli umiliazioni senza alcuna speranza di vederli finire. Così come hanno fatto la famiglia Hayem e la signora Soufrein che hanno dato la morte ai loro figli per non vederli ancora patire la fame.
E tutte quelle donne che, nel timore di non poter dare da mangiare ai loro figli, non esitano a compromettere la loro salute e la loro vita distruggendo nel loro seno i frutti del loro amore!
Ebbene! tutto questo accade in mezzo all'abbondanza di ogni tipo di prodotto. Si capirebbe se tutto questo avesse luogo in un paese povero di prodotti, dove vi é carestia; ma in Francia, dove regna l'abbondanza, dove le macellerie sono stracolme di carni, i panifici di pane, dove i vestiti e le scarpe riempiono i magazzini; dove vi sono appartamenti vuoti, come ammettere che nella società tutto va bene quando si vede così bene il contrario? Vi sono persone che piangono tutte queste vittime ma dicono che non é possibile far niente! Che ognuno se la sbrogli come può! Cosa può fare colui che, pur lavorando, manca del necessario? Se non lavora, non gli resta che lasciarsi morire di fame, e allora qualcuno getterà qualche parola di pietà sul suo cadavere. Ecco ciò che ho voluto lasciare ad altri. Ho preferito diventare contrabbandiere, falsario, ladro e omicida!
Avrei potuto mendicare, ciò é degradante e vigliacco ed é anche punito dalle vostre leggi che fanno della miseria un delitto.
Se tutti i bisognosi, invece di aspettare, prendessero dove ce n'é e con qualsiasi mezzo, forse i benestanti comprenderebbero più in fretta che é pericoloso voler conservare l'attuale stato sociale in cui l'inquietudine é permanente e la vita é in ogni istante minacciata; finirebbero senza dubbio per comprendere che gli anarchici hanno ragione quando dicono che, per avere la tranquillità morale e fisica, bisogna distruggere le cause che producono il crimine e i criminali. Non é sopprimendo colui che preferisce afferrare con violenza ciò che gli serve per assicurarsi il benessere, piuttosto che morire di una morte lenta dovuta alle privazioni che sopporta, o che dovrebbe sopportare senza speranza di vederle finire (se ha un poco di energia). Dopo tutto la fine della propria vita non é altro che una fine delle sofferenze.
Ecco perché ho commesso gli atti che mi si rimproverano e che sono la conseguenza logica dello stato barbaro di una società che non fa altro che accrescere il numero delle sue vittime col rigore delle sue leggi che intervengono sugli effetti senza mai toccare le cause!
Si dice che bisogna essere crudeli per ammazzare un proprio simile: ma coloro che parlano così non vedono che lo si fa per evitare che lo facciano a noi stessi! Anche voi, signori giurati, senza dubbio mi condannerete a morte perché ritenete che sia una necessità e che la mia scomparsa sarà una soddisfazione per voi che avete orrore di veder scorrere il sangue umano; ma quando credete che sia utile versarlo per assicurare la vostra esistenza, non esitate più di me a farlo. Con questa differenza, che voi lo farete senza alcun pericolo, al contrario di me che agivo a rischio e pericolo della mia libertà e della mia vita. 
Ebbene, signori, non vi sono criminali da giudicare ma le cause del crimine da distruggere. Creando gli articoli del Codice, i legislatori hanno dimenticato che non attaccavano le cause ma semplicemente gli effetti e che in tal modo non distruggevano affatto il crimine. In verità, esistendo sempre le cause, scaturiranno sempre effetti e si avranno sempre dei criminali, poiché oggi ne distruggete uno ma domani ne nasceranno due.
Cosa bisogna fare allora?
Distruggere la miseria, questo genio del crimine, assicurando a ciascuno la soddisfazione di tutti i propri bisogni.
E quanto sarebbe facile realizzarlo. Bisognerebbe stabilire la società su nuove basi in cui tutto fosse in comune, in cui ciascuno producendo secondo le proprie possibilità e le proprie forze, potesse consumare secondo i propri bisogni.
Allora gli inventori, avendo tutto a loro disposizione, creerebbero delle meraviglie per fare in modo che i lavori che ci sembrano penosi o ripugnanti diventino una distrazione o un passatempo. Allora non vi sarebbe più quell'inquietudine per il domani che é un continuo tormento per l'operaio e anche per il padrone, per tutti. Non si vedrebbe più gente, come l'eremita di Nostra Signora delle Grazie ed altri, mendicare un metallo del quale diviene la schiava e la vittima!
Non si vedrebbero più donne vendere il proprio corpo come una volgare merce, in cambio di quello stesso metallo che molto spesso ci impedisce di capire se l'affetto é veramente sincero!
Non si vedrebbero più uomini come Pranzini Prado e Anastay, pur adolescenti che, sempre per avere questo metallo, arrivano ad uccidere.
Tutto questo dimostra chiaramente che la causa di tutti i crimini é sempre la stessa; che bisogna veramente essere stupidi per non vederla!
Sì, lo ripeto, é la società che fa i criminali. E voi giurati, invece di colpire loro, dovreste impiegare le vostre forze a trasformare la società.
Di colpo sopprimereste tutti i crimini e la vostra opera, attaccando le cause, sarebbe più grande e più feconda di quanto non lo sia la vostra giustizia che si limita a colpire gli effetti.
Io sono solo un operaio senza istruzione ma, avendo vissuto l'esistenza dei miserabili, sento meglio di un ricco borghese l'iniquità delle leggi repressive.
Dove prendete il diritto di uccidere o di rinchiudere un uomo che, messo sulla terra con la necessità di vivere, si é trovato nella necessità di prendere ciò che gli era necessario?
Ho lavorato per vivere e far vivere i miei, tanto che io e i miei non abbiamo troppo sofferto, sono rimasto quello che voi chiamate onesto. Poi il lavoro é mancato e con la disoccupazione é venuta anche la fame!
Fu allora che questa grande legge della natura, questa voce imperiosa che non ammette repliche, l'istinto di conservazione, mi spinse a commettere i crimini e i delitti di cui mi riconosco l'autore.
Nego di aver commesso quelli della Varizelle [Ravachol era stato anche incolpato di omicidio volontario nella persona di Jean Rivolier abitante a La Varizelle, ndr] e delle signore Marcon [due donne trovate uccise a Saint-Etienne, ndr] poiché ne sono completamente estraneo e voglio evitare alla vostra coscienza i rimorsi di un errore giudiziario.
Giudicatemi, signori giurati e, se mi avete compreso, nel giudicarmi giudicate tutti i disgraziati che la miseria, alleata alla fierezza naturale, ha fatto diventare criminali e che in una società intelligente sarebbero state persone come tutte le altre”.

giovedì 10 agosto 2017

Kill for peace - Fugs

In un periodo in cui l'opposizione alla guerra del Vietnam aveva appena iniziato a costruire una propria identità, i Fugs satirizzavano l'assurdità della guerra mettendo il testo di "Uccidere per la Pace" in un rocker grezzo che ricorda "Twist and Shout".
Cantava nel 1967 Tuli Kupferberg, straordinario personaggio della contro-cultura, al confine fra mondo beat e folk revival:
Kill, kill, kill for peace
Kill, kill, kill for peace
Near or middle or very far East
Far or near or very middle East.
“Ammazza, ammazza, ammazza per la pace: nel vicino o medio o molto estremo oriente, nell’estremo, vicino, o molto medio Oriente…” 
E continuava, scandendo sui cliché degli slogan politici e pubblicitari: “Se non li ammazzi tu li ammazzeranno los cubanos […] se non li ammazzi potrebbero sovvertire la Prussia, se non li ammazzi potrebbero amare la Russia […] ammazza, ammazza, sarà bellissimo, me l’ha promesso il mio capitano…” Kupferberg continuò ad aggiornare la canzone con nuove strofe, fino almeno alla fine degli anni ’80. Non sappiamo se ha continuato a farlo anche dopo, ma non c’è dubbio che il suo “Kill for peace” avrebbe trovato nitide risonanze nei “bombardamenti umanitari” di fine e inizio nuovo millennio.

Kill, kill, kill for peace
Kill, kill, kill for peace
Near or middle or very far east
Far or near or very middle east
Kill, kill, kill for peace
Kill, kill, kill for peace
If you don't like the people
or the way that they talk
If you don't like their manners
or they way that they walk,
Kill, kill, kill for peace
Kill, kill, kill for peace
If you don't kill them
then the Chinese will
If you don't want America
to play second fiddle,
Kill, kill, kill for peace
Kill, kill, kill for peace
If you let them live
they might support the Russians
If you let them live
they might love the Russians
Kill, kill, kill for peace
Kill, kill, kill for peace
(spoken)
Kill 'em, kill 'em, strafe those gook creeps!
The only gook an
American can trust
Is a gook that's got
his yellow head bust.
Kill, kill, kill for peace
Kill, kill, kill for peace
Kill, kill, it'll
feel so good,
like my captain
said it should
Kill, kill, kill for peace
Kill, kill, kill for peace
Kill it will give
you a mental ease
kill it will give
you a big release
Kill, kill, kill for peace
Kill, kill, kill for peace
Kill, kill, kill for peace
Kill, kill, kill for peace
Ammazza, ammazza, ammazza per la pace
Ammazza, ammazza, ammazza per la pace
Nel vicino, nel medio e nell'estremo Oriente
Nel lontano, nel vicino o nel medio Oriente
Ammazza, ammazza, ammazza per la pace
Ammazza, ammazza, ammazza per la pace
Se non ti piace quella gente
o il modo in cui parlano,
Se non ti piace come si comportano
o il modo in cui camminano
Ammazza, ammazza, ammazza per la pace
Ammazza, ammazza, ammazza per la pace
Se non li ammazzi
ti ammazzeranno i cinesi
Se non vuoi che l'America
giochi un ruolo di secondo piano
Ammazza, ammazza, ammazza per la pace
Ammazza, ammazza, ammazza per la pace
Se li lasci vivere
potrebbero aiutare i russi
Se li lasci vivere
potrebbero amare i russi
Ammazza, ammazza, ammazza per la pace
Ammazza, ammazza, ammazza per la pace
Ammazzali, ammazzali, punisci quegli stronzi di musi gialli!
Il solo muso giallo
di cui un americano può fidarsi
è quello che gli hanno
rotto la testa gialla.
Ammazza, ammazza, ammazza per la pace
Ammazza, ammazza, ammazza per la pace
Ammazza, ammazza, ti farà
sentire così bene,
come il mio capitano
disse che dovrebbe essere
Ammazza, ammazza, ammazza per la pace
Ammazza, ammazza, ammazza per la pace
Ammazzare ti darà
sollievo alla mente
ammazzare ti darà
una grande liberazione
Ammazza, ammazza, ammazza per la pace
Ammazza, ammazza, ammazza per la pace
Ammazza, ammazza, ammazza per la pace
Ammazza, ammazza, ammazza per la pace
video

martedì 8 agosto 2017

Etienne de la Boétie, un attualissimo politico anarchico del XVI secolo

Etienne de la Boétie a sedici anni scrive il 'Discorso sulla servitù volontaria', un testo che l'editoria contemporanea ha riscoperto e sta ristampando. Noi anarchici lo conosciamo da sempre perché le sue parole risuonano vivide nella coscienza di tutte le persone, di tutte le epoche.
Non ci dilunghiamo nella biografia, diciamo solo che è stato un diplomatico francese, laureato in Giurisprudenza, consigliere al parlamento di Bordeaux dove rimane per soli quattro anni perché non sopportava la politica di quei despoti corrotti e corruttori e dalla violenza delle leggi fratricide: segno di un'evidente sua coscienza libertaria. Muore giovanissimo per malattia. Il testo di cui ci apprestiamo a parlare fu fonte di ispirazione anche per i propositori della Rivoluzione Francese.
Ma cosa dice di tanto importante Etienne de la Boétie? Egli prende in analisi l'autorità dei governi (si noti il plurale) e anche il rapporto che si viene a creare tra lo Stato e i cittadini, un rapporto in cui il popolo è sempre posto in condizione di schiavitù e tale schiavitù è per giunta volontaria. Il cittadino, per vari motivi che vedremo, non si accorge neppure di essere egli stesso il fautore della propria servile condizione. Boétie ribalta la concezione stessa della politica comunemente accettata secondo cui è il tiranno che impone dapprima il suo bastone. Non è così. E' il popolo che accetta di essere sfruttato. Ma vediamo perché e come.
«è davvero sorprendente, e tuttavia così comune che c’è più da dispiacersi che da stupirsi nel vedere milioni e milioni di uomini servire miserevolmente, col collo sotto il giogo, non costretti da una forza più grande, ma perché sembra siano ammaliati e affascinati dal nome solo di uno, di cui non dovrebbero temere la potenza, visto che è solo, né amare le qualità, visto che nei loro confronti è inumano e selvaggio. […] Quale vizio, o piuttosto, quale disgraziato vizio? Vedere un numero infinito di persone non obbedire, ma servire?»
In buona sostanza, Boétie ci vuole dire che è sufficiente desiderare di essere liberi per liberarsi veramente dal giogo dei governi. Ma questo desiderio non c'è perchè i popoli vengono ingannati, ammansiti, imboniti, illusi, divisi in fazioni, gerarchizzati. Lo Stato con i suoi governi viene fatto percepire come una sorta di religione a cui si deve credere a priori e ciecamente. E questo credo, costruito attraverso una propaganda autoreferenziale fin dalla tenerissima età, deve essere l'unico, nonché la sola entità veramente autorevole-autoritaria per il popolo, come un dio michelangiolesco, vigoroso, potente. In questo clima di propaganda costante, ogni idea di libertà viene fatta letteralmente dimenticare, il popolo non sa più cosa sia la libertà.

domenica 6 agosto 2017

La libertà per l’anarchico

"Un sistema sociale definito e in sé concluso, quanto piuttosto una ben determinata tendenza nello sviluppo storico dell'umanità che, in contrasto con la tutela intellettuale imposta da tutte le istituzioni clericali e governative, lotta per il libero e incondizionato dispiegamento delle forze individuali e sociali della vita. La libertà stessa è soltanto un concetto relativo, e non assoluto, poiché tende costantemente ad espandersi e a coinvolgere sfere sempre più ampie in una crescente varietà di modi. Per l'anarchico, la libertà non è un astratto concetto filosofico, ma la concreta possibilità vitale per ogni essere umano di sviluppare appieno tutte le potenzialità, le facoltà, le doti che la natura gli ha donato, volgendole a vantaggio della società. Minore è il peso della tutela ecclesiastica e politica in questo naturale sviluppo, e tanto più ricca e armonica diverrà la personalità umana, tanto più decisamente essa diverrà la misura della cultura intellettuale della società in cui è cresciuta". (Rudolf Rocker)


"Io sono un amante fanatico della libertà, considerandola l'unico mezzo in seno al quale possono svilupparsi e crescere l'intelligenza, la dignità e la felicità degli uomini; non di questa libertà tutta formale, concessa, misurata e sottoposta a regolamento dallo stato, menzogna eterna e che in realtà non rappresenta mai nient'altro all’infuori del privilegio di alcuni fondato sulla schiavitù di tutti; non di questa libertà individualista, egoista, meschina e fittizia, vantata dalla scuola di .-J. Rousseau, come da tutte le altre scuole del liberalismo borghese, e che considera quello che essa dice diritto di tutti, rappresentato dallo stato, come il limite del diritto di ognuno, ciò che tende necessariamente e sempre alla riduzione a zero del diritto di ognuno. No, io intendo la sola libertà che sia veramente degna di tale nome, la libertà che consiste nel pieno sviluppo delle potenze materiali, intellettuali e morali le quali si trovano allo stato di facoltà latenti in ognuno; la libertà che non riconosce altre restrizioni all'infuori di quelle che sono tracciate dalle leggi della nostra stessa natura: in guisa che, propriamente parlando, non vi siano restrizioni, poiché tali leggi non ci sono imposte da qualche legislatore dal di fuori che si trovi sia accanto, sia al di sopra di noi; esse ci sono immanenti, inerenti e costituiscono la base stessa di tutto il nostro essere, tanto materiale che intellettuale e morale; invece dunque di trovare in esse un limite, noi dobbiamo considerarle come le condizioni reali e come la ragione effettiva della nostra libertà". (Michail Bakunin)

giovedì 3 agosto 2017

Infrangere la complicità servile

"Vorrei solo riuscire a comprendere come mai tanti uomini, tanti villaggi e città, tante nazioni a volte, sopportano un tiranno che non ha alcuna forza se non quella che gli viene data, non ha potere di nuocere se non in quanto viene tollerato. Da dove ha potuto prendere tanti occhi per spiarvi se non glieli avere prestati voi? Come può avere tante mani per prendere se non è da voi che le ha ricevute? Siate dunque decisi a non servire più e sarete liberi".
Etienne. De La Boétie: "Discorso sulla servitù volontaria", 1576.

Sono trascorsi diversi secoli dalla pubblicazione di quest'opera ma la sua attualità rimane sorprendente. La maggioranza dell'umanità continua a tollerare la propria oppressione da parte di un pugno di uomini che si ergono padroni del pianeta. Com'è possibile questa situazione? Eppure il rapporto numerico tra oppressi e oppressori e decisamente a favore dei primi che potrebbero sbaragliare i secondi smettendo semplicemente di obbedire.
La semplicità di questa considerazione suscita pero una serie di risposte sufficienti a compilare decine di trattati. Non è certamente questa la mia intenzione che desidero soltanto proporre delle riflessioni.
L'attuale momento storico sembrerebbe propizio per un cambiamento radicale della società e in generale dell’esistente. Crisi profonda del post capitalismo con relativi dissesti e speculazioni finanziarie, indebitamenti degli stati, voragini dei bilanci delle amministrazioni pubbliche (regioni e comuni), evidente inaffidabilità della classe politica e istituzionale (occupata generalmente in gigantesche operazioni truffaldine), aumento della disoccupazione e della povertà etc... L'elenco è lungo e inquietante; a questo si deve aggiungere il veloce esaurimento delle risorse naturali a fronte di un aumento demografico vertiginoso.
Dinnanzi al peggioramento complessivo delle condizioni di vita di miliardi di individui le rivolte sociali in aria non sono sufficienti a trasformare l'esistente. Questo accade perché chi decide di rompere le catene costituisce numericamente una minoranza e poi perché la sua lotta ha spesso un carattere riformista. Nel migliore dei casi viene sostituito un governo con un altro dopodiché ritorna la pace sociale; il potere statale ed economico rimane illeso.
Questo fenomeno fa pensare che i più considerano il dominio una realtà necessaria, legittimata dalla sua plurimillenaria esistenza. È innegabile che nel corso dei millenni l'umanità abbia subito un profondo condizionamento culturale dei poteri (imperiali, monarchici, statali. economici, religiosi, tecnologici ...) e liberarsi da questo fardello non è un'operazione semplice e immediata. La libertà di pensiero e d'azione suscita in molte persone il timore (e spesso l'angoscia) delle proprie responsabilità esistenziali. Meglio forse rimanere vincolati saldamente ad un sistema gerarchico e autoritario dove l'abitudine alla delega ci deresponsabilizza così possiamo continuare a vivere tranquilli nella nostra nicchia sperando in un potere comprensivo e in un dio generoso pronto a proteggerci dalle sofferenze (e che salvi la nostra anima dopo la morte). E poi possiamo esercitare il nostro potere sugli altri individui e ricavare forse qualche briciola in più da quelle elargite dai nostri padroni. Alla fine c'è posto per tutti nella grande piramide del dominio, basta accettare (e subire) le sue leggi, eseguire i suoi ordini, seguire i suoi "consigli".Farsi educare docilmente dalla famiglia e dalla scuola oppure dal carcere se usciamo dalla retta via.
Abbiamo anche la possibilità di esprimere con il voto la nostra preferenza nei confronti dei nostri prossimi sfrutta:ori. Come chiamare coloro che si .accomodano sui gradini di questo edificio mostruoso se non con il nome di complici? Al pari del dominio la complicità servile è nemica della libertà, dell'anarchia. In quale maniera possiamo combatterla e demolirla?
Innanzitutto seminando nel nostro cammino quotidiano il pensiero e l'azione antiautoritaria, costruire molteplici esperienze autogestionarie individuali e collettive, educare alla libertà, all'azione diretta e al rispetto profondo per il vivente, lottare per liberarlo dall’ingerenza della civiltà tecnologica. Espandere la nostra attività ribelle e refrattaria nella grigia società omologata, essere una torcia nella notte della rassegnazione, una deflagrazione creativa nel silenzio del nulla.
Nella grande piramide (tecnocratica) si stanno aprendo numerose crepe. Che la nostra azione liberatrice la sgretoli del tutto!

martedì 1 agosto 2017

L'errante inafferrabile

Passare, cogliendo l'impressione, gustando nuove sensazioni e nuovi sapori; e poi rimettersi di nuovo in marcia, sempre! Magari verso qualche terra irraggiungibile. Nomade, pellegrino, vagabondo, in esplorazione, alla conquista; insoddisfatta come don Giovanni con un amore più importante: la veste che si vuole lacerare è una vela all'orizzonte.”
Zo D'Axa “Da Mazas a Gerusalemme”

Una caratteristica dell'individuo refrattario è la propensione al viaggio, al movimento continuo, alla camminata solitaria; un piacere inesauribile che lo spinge a valicare sempre nuovi confini. L'individuo errante non si accontenta di raggiungere territori inesplorati, vuole oltrepassare perennemente l'orizzonte, conoscere il vivente e assaporarne la più intima essenza. Vagabondo del pensiero, percorre i vasti spazi della conoscenza, della fantasia e del sogno; nomade instancabile, affronta l'esistente frantumando le barriere che il dominio erige per limitare la sua libertà e per opprimerlo. L'io errante demolisce anche quelle mura che la società autoritaria si è costruita per difendersi dalle proprie paure, dalle ossessioni dell'ignoto e soprattutto della libertà. Miliardi di persone si rifugiano nella rassegnazione, nell'abitudine servile, nell'accettazione inconfutabile del potere. Le catene dello sfruttamento vengono ritenute indispensabili strumenti della sopravvivenza. La cultura della schiavitù viene trasmessa geneticamente ai figli e alle future generazioni. Secondo la mentalità gerarchica dell'umanità il vivente non può fare a meno della gigantesca gabbia in cui e rinchiuso. L'errante irrefrenabile non tollera l'esistenza di questa e lotta strenuamente per distruggerla e liberare se stesso e quegli individui che vogliono percorrere gli spazi aperti, manifestare le proprie potenzialità. L'errante è un indesiderato, un bandito (nel senso etimologico del termine), un sovversivo perché il suo pensiero e la sua azione suscitano l'indomabile fiamma della rivolta; fin dalla nascita egli ricalcitra contro le convenzioni della famiglia e dell'ambiente sociale, disprezza la scuola, la religione, le mode, il sistema economico e il denaro, così anche tutte le leggi e i luoghi della costrizione. Il nomade rifugge il lavoro salariato, preferisce rinunciare a tutti i falsi beni di consumo piuttosto che piegare miseramente la schiena sotto un padrone, ignora i miti e i modelli che la società costruisce per alleviare la sofferenza della propria prigionia. Uno di questi, la tecnologia, la considera un organismo artificiale che pretende di sostituirsi al vivente e al contempo lo distrugge.
L'individuo errante preferisce relazionarsi con l`altro in maniera diretta. autentica, rifiutando la mediazione tecnica e la comunicazione virtuale. L'indomito vagabondo non si adegua alla civiltà, la sente profondamente estranea; il suo costante e inesausto peregrinare gli evita di cadere nella sua rete mortale _ L'errante sfugge ad ogni definizione, è inclassificabile agli schemi e alle catalogazioni che il potere (e in generale gli uomini) utilizzano per studiare e sfruttare il pianeta, è imprevedibile. L`io nomade nella propria mobilità esistenziale vive il presente intensamente, non pensa al passato e non si cura del futuro, si autocrea nell'attimo, gode l’immediato; egli non ha una patria e non desidera vivere a lungo in una città o in un altro luogo. La mani voraci del dominio che cercano di ghermirlo, di arrestarlo e di sottometterlo alla fine rimarranno vuote. L'errante è inafferrabile.

lunedì 31 luglio 2017

Gli Arditi del Popolo

Questo movimento, sorto nel 1920 per iniziativa di elementi eterogenei, si sviluppò rapidamente assumendo caratteristiche marcatamente antifasciste ed antiborghesi, e fu caratterizzato da un marcato decentramento autonomo delle organizzazioni locali. Gli Arditi del Popolo assunsero quindi colorazioni politiche talvolta differenti da un posto all’altro, ma sempre li accomunò la coscienza della necessità di organizzare il popolo per resistere violentemente alla violenza delle camicie nere. Gli anarchici aderirono entusiasticamente alle formazioni degli Arditi e spesso ne furono i promotori individualmente o collettivamente; per citarne qualcuno basti pensare che in maggioranza anarchici furono i difensori di Sarzana e che a Parma, fra le famose barricate erette per resistere agli assalti delle squadracce di Balbo e Farinacci, ve n’era una tenuta dagli anarchici.
Completamente diverso fu l’atteggiamento sia dei socialisti sia dei comunisti (questi ultimi costituitisi in partito nel gennaio 1921). Nonostante la vasta e spontanea adesione di molti loro militanti agli Arditi del Popolo, entrambe le burocrazie partitiche presero le distanze e cercarono di sabotare lo sviluppo di quel movimento. Gli organi centrali del neonato P.C. d’Italia, giunsero al punto di imporre ai propri iscritti di evitare qualsiasi contatto con gli Arditi, contro i quali fi imbastita anche una campagna di stampa a base di falsità e di calunnie. Intervistato circa due anni fa alla televisione il comunista Umberto Terracini ha cercato ancora di giustificare quella scelta politica. E ancora oggi, come allora i nostri compagni, vediamo proprio in quella scelta un esempio tipico della volontà comunista di subordinare la lotta antifascista alla coincidenza con le proprie mire di egemonia sul movimento operaio. È evidente che questa critica alla politica dei vertici dei partiti di sinistra di fronte alle violenze fasciste non coinvolge i militanti di base, che – anche su posizioni molto differenti  - dettero il loro contributo di lotta e di sangue alla lotta contro il fascismo.
Il disfattismo social-riformista ed il settarismo comunista resero impossibile una opposizione armata generalizzata e perciò efficace al fascismo ed i singoli episodi di resistenza popolare non poterono unificarsi in una strategia vincente.