..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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domenica 15 ottobre 2017

Vivere in una società anarchica, un esempio concreto

Come avete potuto facilmente intuire, tra gli obiettivi di questo blog c'è anche quello di far conoscere l'anarchia nella sua vera essenza, nel suo reale significato. Certamente non tutti i post sono di marca anarchica in senso stretto, questo articolo, invece, vuol far comprendere con un esempio concreto in che modo può compiersi l'anarchia, come si manifesta in una società e quali sono i suoi risultati (nel caso specifico illustrato).
Ad onor del vero, dobbiamo pur dire che molte delle nostre azioni o dei nostri pensieri sono di natura anarchica, ma non ce ne accorgiamo semplicemente perché non sappiamo cosa sia davvero l'anarchia. Ci sono stati casi, anche in Italia, in cui tutto lo spirito dell'ideale anarchico è emerso con la sua forza a sostegno benefico di tutta la collettività. Ed è proprio di un caso italiano che vogliamo parlarvi.
Breve e necessaria introduzione è ricordare che anarchia vuol dire letteralmente 'senza governo', ma gli anarchici non hanno mai inteso questa 'assenza di governo' come caos tout-court (l'associazione anarchia=caos, semmai, è frutto di una vile semplificazione da parte della propaganda diffamatoria di Stato), vedremo bene, invece, cosa sia un 'non governo'. Inoltre, va detto, l'anarchia è sostanzialmente amore per l'umanità, è collaborazione, autogestione, fratellanza. Vedremo anche questo, praticamente, senza 'se' e senza 'ma'.
Il più delle volte, l'interlocutore ignorante (che ignora), cade nella questione relativa al possibile problema sociale da affrontare attraverso l'anarchia (anziché attraverso il governo statale), sostenendo che questa non possa garantire un'organizzazione tale da risolvere quel dato problema. Errore. Anarchia è super-organizzazione (quindi ha anche delle regole, contrariamente a quel che erroneamente si crede, e non potrebbe essere altrimenti).
Facciamo finta di vivere in una città libera, anarchica, egualitaria, solidale. Purtroppo, dopo un triste giorno di pioggia ininterrotta, il grande fiume che attraversa la città rompe gli argini e invade tutto, ogni cosa al di sotto dei 5 metri viene sommersa, negozi, abitazioni, musei, fabbriche, opere d'arte, giardini... tutto distrutto, almeno un metro di fango si spalma sopra ogni cosa e porta -questo sì- caos e distruzione, anche la morte. Cosa fa una comunità anarchica di fronte a questo grande disastro? Delega alla Protezione Civile? No di certo, anche perché una Protezione Civile, nella forma orrenda in cui la conosciamo, non può esistere in quella città. Una comunità anarchica non delega il potere, fa da sola, si sbraccia e lavora per il bene collettivo, senza chiedere nulla, spontaneamente. Non dimentichiamo che a risolvere i problemi del mondo non è dio, ma sempre e solo gli uomini e le donne (la Protezione Civile, il governo, lo Stato, non sono divinità). Ecco che i cittadini, a poco a poco, trovano da soli la soluzione migliore per autorganizzarsi, ora in questo quartiere ora in quell'altro, creano catene di solidarietà concreta, offrono ospitalità e cibo, si autodispongono per togliere macerie e fango, pazientemente, ma con costanza e abnegazione, prendono ad una ad una le opere d'arte e le puliscono, così pure i libri antichi, ogni cosa. Pian piano tutto ritorna come prima e senza che nessuno abbia ordinato a quei cittadini 'vai là e aiuta' oppure 'non ti muovere da lì', ecc. anche perché, generalmente, i cittadini sanno benissimo da soli cosa sia giusto fare o cosa non lo sia, e tra i cittadini ci sono esperti in vari settori, che sanno distinguere e suggerire soluzioni, senza bisogno di dittatori.
Ebbene, tutto questo è successo il 4 novembre 1966 a Firenze, dopo l'alluvione disastrosa. Migliaia di giovani, spontaneamente e senza alcuna direttiva imposta dall'alto, si sono autogestiti e hanno salvato persone, opere d'arte, libri antichi, hanno offerto aiuto a tutti, predisposto gli animi alla collaborazione, infuso speranza e forza. Vennero chiamati 'gli angeli del fango', venivano anche dal resto del mondo (da non sottovalutare l'aspetto cosmopolita dell'anarchismo), non erano schiavi, nè padroni di nessuno. Firenze era rimasta viva anche durante quei lunghi giorni, i cittadini si sentivano sempre vicini alla loro città, forse ancora più di prima.
Quello fu un esempio concreto di comunità anarchica autogestita. Ce ne sono tanti di questi esempi, guarda caso soprattutto dove c'è una tragedia, ma ancora oggi i media di regime ben si guardano dall'associare a questi straordinari esempi di solidarietà la parola greca 'senza governo'.
Ora pensate a L'Aquila, ad Amatrice e ai loro terribili terremoti gestiti dal governo, pensate a Livorno e alla sua alluvione. La tv non ha neppure dedicato una virgola alla presenza solidale degli anarchici (tra gli altri, è ovvio) che pure c'erano e hanno dato una mano, purtroppo nei limiti imposti dalla Protezione Civile. Noi crediamo che se L'Aquila o Amatrice fossero stati una comunità anarchica, libera dai vincoli di Stato e di governo, a quest'ora i cittadini avrebbero risolto gran parte dei loro problemi e avrebbero, con l'aiuto anche nostro (di tutti), già ricostruito le loro case e forse anche il centro storico. Anche per questo motivo i governi e gli Stati sono da noi considerati (e lo sono) prigioni da abolire.

venerdì 13 ottobre 2017

G7. Oltre il circo mediatico

Il G7 per il governo è stata una mera questione di ordine pubblico. Sin dall’inizio, quando il vertice doveva tenersi tra Torino e Venaria. Lo spostamento alla Reggia, la cancellazione di quasi tutti gli incontri in città, hanno creato lo scenario per l’assedio, solleticando un immaginario da 1789. Peccato che il palazzo di caccia dei Savoia sia solo un museo. Chi ci lavora lo ha bloccato tante volte nell’ultimo anno e mezzo di lotte.
Tant’è. La politica e i media si nutrono di spettacolo, fanno spettacolo quotidiano usa e getta.
Tra la prima e la seconda edizione della Stampa di sabato mattina, due cassonetti bruciati e qualche fuoco d’artificio serale hanno sostituito la cronaca del corteo dei lavoratori in Barriera di Milano, il momento di lotta più vivace e partecipato di venerdì 29, ultimo giorno del vertice, prima della rituale conferenza stampa del giorno successivo.
Nulla di cui stupirsi. L’informazione funziona così. Poco saggio farne lo specchio su cui misurare la propria bellezza. Perchè il coltello dalla parte del manico lo tengono sempre Biancaneve e i suoi sette nani.
Fuori di metafora. Se non si sa uscire dalla fascinazione del circo mediatico si rischia di divenirne una mera variabile dipendente.
D’altra parte, l’informazione – e la propaganda – al tempo della rete riescono in parte a prendere vie proprie, costruendo reti attraverso le quale circolano in tempo reale, foto, audio, video, cronache.
Nel 2001 a Genova l’informazione indipendente fu parte integrante della lotta, contribuendo, almeno in parte, a smontare le verità ufficiali.
Oggi tanta acqua è passata sotto i ponti dei tre fiumi di Torino. La città dell’auto è diventata vetrina luccicante di grandi eventi, mentre le periferie sono luogo di riqualificazioni escludenti.
Sono passati 16 anni da quel G8, tornato G7 dopo la cacciata della Russia putiniana. I movimenti, che in quegli anni scelsero di sfidare i potenti del mondo assediando gli incontri, dove si affinavano le politiche che hanno reso più tagliente e aguzza la piramide sociale, si sono inabissati. Il moltiplicarsi dei fronti di guerra, l’inaridirsi in percorsi paraistituzionali, l’incapacità di cogliere l’occasione di tessere una nuova Internazionale degli oppressi e degli sfruttati, ne hanno segnato la fine.
Oggi, la scarsa reattività dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, dei senza reddito agli attacchi convergenti di governo e padroni, il moltiplicarsi contestuale di misure di disciplinamento sociale, ci mettono di fronte ad una strada tutta in salita.
Una strada sulla quale si rischia di inciampare nel populismo montante, tanto caro a certi antagonisti sedotti dalle fiammate, chiunque le agisca. Foss’anche una santa alleanza tricolore: c’è chi ancora oggi è orfano della tre giorni forcona all’ombra della Mole.
Il contenitore ReSetG7 non ha saputo raccogliere e sintetizzare a pieno le proposte emerse dalle tante anime del movimento. Forse l’obiettivo stesso era poco credibile.
Tra chi ha scelto le periferie della città, lasciando i G7 nella loro residenza di caccia, e chi invece ha puntato sui luoghi e sui simboli, la distanza si è accorciata senza tuttavia mai colmarsi del tutto. Gli uni hanno attraversato le periferie, per dare rappresentazione alle lotte dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, che, sia pure in forme minoritarie, mettono in difficoltà i padroni, spezzano l’ordine, non si piegano alla schiavitù salariata, gli altri si sono concentrati sulla metafora ormai un poco logora dell’assedio, del Palazzo. La Questura, per sfregio, non ha creato una Zona Rossa in cui fosse vietato passare. Né la Reggia, né piazza Carlina, dov’è l’albergo dove sono state ospitate le delegazioni, sono mai state chiuse. Una militarizzazione imponente, ma niente pass, grate, aree proibite. Le grate si sono viste solo in occasione della manifestazione del sabato.
Vale la pena chiarire subito un fatto. Nella tre giorni contro il G7 sono scese in piazza minoranze agenti, mai grandi folle capaci di dare qualche grattacapo ai potenti chiusi nella Reggia.
La radicalità degli obiettivi e il radicamento sociale sono condizioni indispensabili ad innescare processi capaci di mutare senso ai tempi che siamo forzati a vivere. Questo G7 è stato però un’occasione di costruire e rafforzare le relazioni sul territorio in vista delle sfide dell’autunno.
Gli anarchici della FAT, con un ampio fronte di altri gruppi politici e sindacati di base, hanno deciso di giocare questa partita, pur consapevoli del momento non facile per i movimenti a Torino e in Piemonte. Un corteo che partisse da Porta Palazzo, inoltrandosi per le strade di Barriera, sostando a lungo per confrontarsi con la gente, è stato una scommessa vinta. Lo dimostra il suo crescere durante il percorso: tante persone si sono unite alla manifestazione, i negozi sono rimasti aperti e la gente era in strada nonostante la campagna di criminalizzazione degli ultimi giorni.
Carlotta Silvestri e Luca Deri presidenti della sesta e settima circoscrizione di Torino avevano chiesto che il corteo dei lavoratori in Barriera di Milano venisse vietato, perché lo consideravano pericoloso per il decoro e l’ordine pubblico.
In Barriera di Milano la risposta del governo della città e delle circoscrizioni alla povertà, alla disoccupazione, alla precarietà, agli sfratti è da sempre la stessa: tagli ai servizi, alla sanità, ai trasporti, militarizzazione delle strade del quartiere.
Fanno la guerra ai poveri e la chiamano sicurezza. Fanno la guerra ai poveri e la chiamano decoro.
Silvestri e Deri hanno giocato la carta di sempre: criminalizzare l’opposizione sociale, per provare ad annullare la carica sovversiva, di chi vuole farla finita con governi e padroni.

In Barriera hanno manifestato circa 500 lavoratori, precari, disoccupati, le vittime delle politiche dei G7 rinchiusi nella Reggia di Venaria. Tutti insieme dietro allo striscione “Contro i padroni del mondo. La nostra lotta”.
Il corteo ha dato voce a chi agisce le lotte, per dimostrare con i fatti che invertire la rotta è possibile. Per un mondo di liberi ed eguali, autogestito e solidale.
Quest’iniziativa ha rappresentato il tentativo, simbolico e reale, dirimettere al centro le periferie, luoghi dove si può creare la miscela capace di accendere un processo di trasformazione sociale.
Quello stesso giorno un corteo di trecento studenti, cui si è unito un gruppetto di No Tav, ha percorso del vie del centro: un tentativo di avvicinarsi a piazza Carlina è finito con una breve carica. In serata, mentre in Barriera si stava svolgendo l’assemblea finale con cui si è chiuso il corteo dei lavorator*, un centinaio di attivisti si è mosso da Palazzo Nuovo, occupato per la giornata dagli studenti, verso piazza Carlina. Il nutrito lancio di fuochi d’artificio con cui è stata salutata la celere non è stato gradito dalla Questura che ha ordinato una carica finita tra i banchetti della Notte dei ricercatori. I manifestanti si sono coperti la fuga con un paio di cassonetti incendiati.
La manifestazioni erano cominciate giovedì 28 con “Reclaim the street”, la parade che ha attraversato le zone della movida con lo slogan “A noi le strade, a voi i privè”.
Sabato mattina volantinaggio al mercato di corso Cincinnato e un corteo per il quartiere, prima della partenza del corteo pomeridiano diretto alla Reggia, dove era prevista la conferenza stampa finale del G7.
Mille e quattrocento manifestanti, partiti dalle Vallette, hanno attraversato la periferia di Venaria, dove le case dormitorio e la scuola sono accanto ai tralicci dell’alta tensione e alla tangenziale, dirigendosi verso piazza Matteotti, dove comincia la strada pedonale che immette nel piazzale della Reggia.
Gli anarchici della Fat hanno partecipato al corteo con uno spezzone, aperto dallo striscione “Occupiamo le fabbriche, licenziamo padroni e burocrati”.
L’ingresso all’area pedonale era chiuso da grate, camion con idrante e un nugolo di poliziotti dell’antisommossa e digos.
La testa del corteo, a mani nude e con tre carrelli pieni di enormi brioche di gommapiuma, ha cominciato a spingere tra un nugolo di fotoreporter con le maschere antigas. È partita una breve carica, durante la quale la digos è riuscita prendere un manifestante pesarese. Dal corteo sono partiti fuochi d’artificio contro la polizia che ha replicato con un fittissimo lancio di lacrimogeni, che hanno reso l’aria irrespirabile. Il corteo è arretrato in strada. Dopo una mezz’ora nuovo lancio pirotecnico dai manifestanti e nuovo areosol al Cs dalla polizia.
In serata si è saputo dell’arresto di un altro manifestante, fermato dalla polizia e condotto al carcere delle Vallette. Si tratta di un arresto in fragranza differita. Grazie alle legge sulla sicurezza del ministro dell’interno Minniti si sono estesi i poteri delle Questure.
In serata la sindaca di Torino si è congratulata con la polizia, il suo vice Montanari, anima “sinistra” del governo della città, schierato con i manifestanti, si è affrettato a dividerli in buoni e cattivi, per mantenere il piede in due scarpe.
Da domani si ritorna nelle nostre periferie. Per far sì che la paura cambi di campo, per far sì che radicalità e radicamento rendano possibile spezzare l’ordine del mondo disegnato dai G7.

(quest’articolo è uscito sull’ultimo numero di Umanità Nova)

lunedì 9 ottobre 2017

Una nuova ecologica visione del mondo

Nell'attuale visione del mondo meccanicista gli esseri viventi non sono altro che macchine, con esigenze puramente materiali e tecnologiche, proprio quelle che un sistema altamente centralizzato e tecnologico può soddisfare.
Qualsiasi problematica sociale ed ecologica viene interpretata e ridotta in modo tale da essere riconducibile ad una soluzione tecnologica, attraverso qualche nuovo processo o ritrovato tecnico.
Nei termini fissati dal paradigma di dominio non sarà mai possibile capire e interpretare gli aspetti che ci hanno portato all'attuale situazione. Le relazioni sono intrecciate a un livello tanto fondamentale e profondo che non è più possibile isolarle dal loro contesto e separarne una dalle altre.
In questa disumanizzazione le stesse sensibilità e capacità di provare empatia per ciò che ci circonda sono colpite alla radice. All'interno di un percorso di distruzione dello spirito, la morte del pianeta sarà solo una conseguenza di cui rammaricarci. Continueremo a far saccheggiare e manipolare i nostri corpi finché non adotteremo una visione d'insieme, non potremmo mai sentirci vicini agli altri animali se non capiamo che siamo animali, non potremmo percepire la foresta come l'elemento essenziale per la vita sulla Terra se anche noi ci sentiamo parte di essa.
La visione antropocentrica ha diviso il mondo in territori di saccheggio, ha ridotto gli elementi in combustibile per mandare avanti questo sistema tecno-industriale. La reificazione della natura ha aperto la strada a quel processo di devastazione che chiamiamo civilizzazione. La realtà è ridotta a ciò che si può misurare, quantificare, verificare, negando qualsiasi altro valore qualitativo. Il dualismo pervade le nostre menti separate dai nostri corpi e i nostri corpi disgiunti dal mondo circostante.
Soggiaciamo al progresso materiale, all'efficienza dell'automatismo, alla specializzazione sopra qualsiasi altro valore, così facendo estirpiamo giorno per giorno ciò che di naturale è in noi e confermiamo invece come naturale il mondo surrogato che ci circonda ed assedia.
Normali cicli e processi naturali, come l'acqua, con cui l'ecosfera rende possibile la vita sulla Terra, non solo vengono svuotati da ogni valore intrinseco, a tutto viene assegnato un valore strettamente economico. Diventano parte di un processo tecnico che trasforma una materia viva in prodotto o servizio profittabile.
Come non è possibile la coesistenza tra nocività e un mondo libero e naturale, non è conciliabile un'opposizione interna al sistema tecnoindustriale dove tutto ciò che si pone in alternativa è già recuperato dal sistema stesso.
Riaffermare la questione ecologica non significa quindi occuparsi degli effetti ultimi ambientali, ma del significato profondo, causale, del distacco dell'uomo dalla natura. Abbiamo bisogno di una nuova ecologica visione del mondo, che sviluppi sensibilità con cui costruire una rete di contesti e reciprocità non gerarchiche, in cui possano crescere reali rapporti non mediati dalla macchina e dalle sue istituzioni, in cui è possibile autodeterminarsi come individui e riprendersi in mano la propria vita nella sua interezza.
Pensiamo sia necessario agire subito senza perdere altro tempo per cercare di inceppare l'attuale meccanismo, per cercare di fare aprire gli occhi, scuotere gli apatici, gli indifferenti e tutti, tutte coloro che si sono rassegnati allo stato di cose presenti.
L'ecologismo radicale potrà essere una reale lotta di cambiamento solo se saprà approfondire la propria radicalità, slegandosi dal dominio e da chi lo sostiene apertamente o subdolamente.
L'ecologismo radicale potrà costruire percorsi di cambiamento solo se saprà non fermarsi su cause singole estrapolate dall'insieme, ma se avrà la capacità di intrecciarsi e saper comprendere gli altri movimenti di lotta, approfondendo la critica ed estendendo il conflitto.

sabato 7 ottobre 2017

La Comune di Urupia

Questo articolo prende vita dopo che alcuni, durante una discussione sull’autogestione, mi hanno chiesto informazioni circa l'esistenza o meno di comunità anarchiche contemporanee italiane. Ebbene sì, esistono, Urupia è una di queste e si trova in Italia. Si tratta di una vera e propria Comune, un progetto di autogestione, un'associazione di liberi cittadini che nel 1995 ha deciso di cambiare vita e politica, attuando la filosofia anarchica, libertaria.
Urupia si trova nel Salento, in Puglia, tra Brindisi e Taranto. Grazie a questo progetto anarchico, fondato da quasi la totalità dei redattori della rivista “Senza Patria” e con l'aiuto di qualche tedesco, oggi Urupia è diventata un organico e complesso sistema di edifici che accolgono le svariate attività sociali, lavorative, ludiche, educative, culturali. Quasi 30 ettari di terreno messi a coltura, con uliveti, frutteti, vigneti, e altre migliaia di piante sono già pronte per soddisfare i bisogni della Comune, e non solo. Numerose sono le iniziative intraprese e sempre in calendario, compresi gli spettacoli, i corsi di circo per bambini (meravigliosi), i pranzi sociali, le partecipazioni ai mercati dell'associazione “Campi Aperti” e alla campagna “Genuino Clandestino”, eccetera eccetera.
Lo Stato non esiste (sappiamo che per molti di voi questa frase potrebbe suonare come una maledizione, in realtà voi non lo sapete, ma vivere senza Stato è una vera fortuna), quindi non esistono capi, presidenti, ministri, eserciti, chiese. Non esistono gerarchie, il coordinamento possiede una struttura orizzontale e non piramidale, tutti sono liberi e uguali, uomini e donne, tutti hanno gli stessi diritti, tutti si adoprano per la Comune sulla base delle singole e individuali disponibilità e capacità. Non esiste democrazia (anche questo vi suonerà strano, ma la democrazia è una dittatura), perché a Urupia le decisioni vengono prese all'unanimità, ed evidentemente questo si può fare.
Conseguenza logica di tutto questo è l'assenza di crimini, l'assenza di oppressione, l'assenza di proprietà privata, l'assenza di leggi coercitive. A beneficiarne è l'individuo nella sua totalità, con il potenziamento della dignità personale, l'autostima, l'autonomia, l'accrescimento della creatività e della libertà, la predisposizione al bene proprio e collettivo. Scusate se è poco.
Certo ce n'è voluta di fatica e di strada da fare, a Urupia. E ancora molte sono le difficoltà da superare, dal momento che nasciamo liberi, anarchici, ma immediatamente riceviamo un imprinting votato al dominio, al concetto gerarchico, alla comoda e (diciamolo, codarda) idea della delega... Perciò esistono ancora, a Urupia, metodologie da ottimizzare e contraddizioni da risolvere. Ma Urupia ha poco più di 20 anni, contro i tremila almeno del sistema-Stato (che a voi sembra così perfetto e inviolabile, e tuttavia vi lamentate in continuazione). E le comunarde (così si chiamano gli abitanti di Urupia, il femminile è stato scelto espressamente per evidenziare l'eguaglianza di diritti tra uomini e donne) sottolineano il fatto che queste difficoltà non scalfiscono la volontà di andare avanti in questa meravigliosa anarchia (altro che utopia!).

Un simpatico cartello dipinto a Urupia.
Detto ciò, abbiate cura di leggere con attenzione anche quanto segue:
Nel mondo ci sono state e ci sono numerose prove concrete di anarchia applicata, il fatto che nessuno ne parli dovrebbe farvi riflettere sul grado di censura continua perpetrata dai sistemi statali nei confronti del pensiero anarchico (hanno paura, fottutissima paura). Ma noi pensiamo che la cosa più importante da dire sia la seguente: gli anarchici non hanno bisogno di prove e di sante reliquie per sapere che l'ideale anarchico è l'unico che possa garantire pace, uguaglianza, giustizia e libertà. Gli anarchici sanno che l'anarchia vive in ognuno di noi e che perciò questa è unbisogno naturale che non ha nessun bisogno di essere comprovata. L'anarchia è pura coscienza. Se l'essere umano esiste, allora esiste anche l'anarchia. Ben diversa è la situazione di coloro che sono ancora troppo imprigionati negli stereotipi, nei pregiudizi, nell'idea di Stato come un dogma, che credono nella propaganda denigratoria contro l'anarchia, ecc. Noi pensiamo che a queste persone non sia sufficiente mostrare tutte le prove del mondo, perché troveranno sempre una giustificazione per ingannare se stessi e avvalorare la loro condizione di sudditanza(che essi si ostinano a chiamare libertà, scambiando la 'democrazia' per emancipazione e civiltà). Facciano pure, peccato solo che nella trappola dello Stato trascinino anche quelli che non vorrebbero proprio entrarci, figli e nipoti compresi. Il primo passo per la rivoluzione (vera) è non votare.

giovedì 5 ottobre 2017

Le comuni anarchiche

"Solo quando ci siamo perduti, in altre parole, solo quando abbiamo perduto il mondo, cominciamo a trovare noi stessi, e a capire dove siamo, e l'infinita ampiezza delle nostre relazioni."

... così scriveva Henry David Thoreau in Walden ovvero Vita nei boschi, un libro (e un esperimento) che l'autore scrisse in forma di diario durante un soggiorno di due anni nella campagna del Massachusetts (fra il 1845 e il 1847). Thoreau racconta meticolosamente la sua vita quotidiana, e solitaria... in una natura da scoprire, ma le sue riflessioni vanno oltre quell'esperienza interiore per approdare alla politica, l'economia e la società degli Stati Uniti, allora in forte espansione. Walden è una prova di sopravvivenza ma soprattutto una testimonianza, un esempio che l'autore vuole consegnare all'umanità: il saper vivere anche in condizioni di povertà materiale sottolineando che in questa semplicità l'uomo conosce ancora meglio se stesso, i suoi bisogni e i suoi limiti. Perdere il mondo significa ritrovare se stessi, che è la condizione da cui partire secondo Thoreau per realizzare e realizzarsi in una società paritaria. Questi principi li ritroviamo in qualche modo ancora oggi in realtà come gli Ecovillaggi – di cui ho parlato nello scorso numero soffermandomi sugli Ecosardi – ma ora vorrei approfondire l'argomento dando uno sguardo alle comunità anarchiche.
La lista è lunga e in ogni parte del mondo si trovano esempi, durati anche molti anni.
I primi esperimenti da ricordare sono sicuramente: La Comune di Parigi nel 1871, la colonia anarchica Cecilia in Brasile nel 1890 (vedi box), del 1918 la Machnovščina (o Armata nera) l'esercito insurrezionalista d'Ucraina che, sotto la guida del comandante Nestor Ivanovič Machno, difendeva l'idea di un comunismo non autoritario: con la consegna delle terre ai braccianti riuscirono anche se per poco, ad autogovernarsi. Altrettanto nota, durante la guerra civile in Spagna, l'esperienza delle organizzazioni anarco-sindacaliste che gestirono autonomamente i trasporti pubblici e le aziende produttive sia industriali che agricole e riuscirono a collettivizzare le terre confiscate ai latifondisti.
Oggi come ieri, continuano a venire alla luce realizzazioni di società autogestite che si allontanano dichiaratamente dagli schemi capitalistici:dal consumismo così come dalla dominazione e dallo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. La volontà è quella di costruire una società alternativa al modello dominante dove è possibile raggiungere il benessere fisico e morale attraverso la collettivizzazione, la cooperazione e l'autogestione seguendo il principio dell'uguaglianza tra uomini.
Ciò che resta fermo in una comunità anarchica è certo l'abolizione dell'idea dello Stato, (entità simile a Dio) che organizza la vita dei suoi cittadini, e li sottomette alla propria volontà.
Il potere costituito, secondo gli anarchici è sempre illegittimo perché non rappresenta la società ma i suoi propri interessi (a questo proposito si ricorda spesso l'esempio del pastore e del gregge - dove è evidente che il pastore non rappresenta il gregge e solo apparentemente fa gli interessi di questo - ma come dice l'inno dell'individualista "finchè siam gregge è giusto che ci vi sia cricca social per leggi decretar – e ancora – "finchè non splende il sol dell'anarchia vedremo sempre il popol trucidar"); ma lo Stato/padre/padrone ha dalla sua parte l'idea, peraltro largamente diffusa, di conoscere i bisogni dell'uomo e di essere capace di risolverli nel migliore dei modi (e dei mondi...) possibili.
Così, tanto per dirne qualcuna, è lo Stato che decide come una società deve vivere, come deve pensare e come deve essere organizzata. E, sempre secondo gli anarchici, più lo Stato funziona peggio è... "il miglior governo possibile è quello che governa meno" dice Thoreau in "La disobbedienza civile".
Comunque, per tornare alle comuni non è certo facile mettere in discussione il modello sociale in cui si vive, come non è facile assumere il peso e la responsabilità di un modello di vita indipendente. Nell'autogestione infatti, non esiste la delega, se c'è un problema qualsiasi questo viene risolto da tutti, insieme. L'organizzazione della colonia è nelle mani di chi ci vive, e non pensate che ci sia il caos tipo: se non c'è il gatto i topi ballano... se vi capita fate un salto a Urupia, in Puglia, per capire al meglio il concetto: troverete una comune anarchica che dal 1995 vive seguendo la filosofia libertaria. Qui, tutti hanno gli stessi diritti e tutti lavorano per la comunità in base alle proprie capacità, e le decisioni vengono prese all'unanimità secondo una struttura orizzontale. Non c'è lo Stato ma c'è una ottima progettazione, non ci sono crimini, non c'è proprietà privata, e c'è una forte attenzione alla dignità personale, all'autostima, all'autonomia, alla creatività e alla libertà, a quella vera, quella con la L maiuscola, quella di cui parlava Errico Malatesta: "La libertà che vogliamo noi non è il diritto astratto di fare il proprio volere, ma il potere di farlo" e ancora "In società, tuttavia, la libertà non può essere assoluta, ma deve essere limitata dal principio della solidarietà e dell'amore verso gli altri."
 
Un caso di colonia libertaria che dura da più di 40 anni è in Danimarca e si chiama Christiania: era il 1971 quando un gruppo di anarchici decise di occupare un' ex base militare per dare vita ad una nuova comunità, autogestita ed economicamente indipendente. Una società alternativa a quella dominante, un esempio di come anche senza alcuna gerarchia e autorità è possibile vivere. Fin da subito gli abitanti, ora arrivati a circa un migliaio, si sono impegnati nella costruzione di case, botteghe, asili, cinema, teatri... fino a diventare una piccola città a tutti gli effetti e una delle principali attrazioni turistiche della capitale, con la particolarità di essere una città libera, così come viene chiamata, basata sul principio della proprietà collettiva. Tra le sue particolarità vanta una fabbrica di biciclette -Christiania Bikes- inventate proprio qui e distribuite in tutto il mondo. Infatti tra le regole di Christiania c'è quella che vieta l'utilizzo di automobili. Eh si ci sono delle regole! Ma autogestione significa anche questo, sapersi dare un proprio regolamento, che sia condiviso e anche discusso da tutta la comunità.

LA CECILIA
La colonia anarchica Cecilia nacque nel 1890 in Brasile, per volontà di Giovanni Rossi un agronomo anarchico - giornalista e attivista - che volle vivere concretamente quelle idee libertarie in cui credeva. In molti lo seguirono, migranti europei per lo più - in particolare di nazionalità italiana - che volevano vivere l'anarchia subito, oltre che sfuggire alle persecuzioni politiche che da sempre hanno attanagliato il movimento. I coloni cercarono così di vivere nella più totale autonomia: si costruirono delle case in legno, coltivavano la terra, e riuscirono ad organizzare una fabbrica di scarpe e una scuola; ma la scarsa conoscenza del territorio, insieme alla difficile convivenza con i confinanti e ai rapporti problematici con il governo brasiliano, e altre difficoltà di convivenza interne allo stesso gruppo di coloni determinarono l'abbandono di Cecilia nell'aprile del 1894. Solo in pochi fecero ritorno in Italia, la maggior parte dei coloni restò nelle vicinanze dell'ex villaggio mantenendo viva l'attività politica.

mercoledì 4 ottobre 2017

Ti dicono come devi essere, per legge, perciò fai schifo

Tu puoi conoscere i 10 comandamenti a memoria, puoi anche conoscere tutte le leggi dello stato a memoria  e con ciò dovresti essere il più caritatevole, il più buono, il più amoroso, il più giusto essere umano del mondo; invece no, non lo sei. Tu conosci le leggi e i comandamenti, ogni giorno ti sforzi di applicarle, ma più ti sforzi e più ti accorgi che quelle carte non ti hanno reso una persona giusta. Strano? Ma allora sbagli tu o sbagliano i codici? Se sbagli tu, pensi allora di aver bisogno di altre migliaia di leggi? Scritte da altri che per giunta manco ti conoscono? Se invece sbagliano i codici imposti, a che cosa servono lo Stato e la Chiesa? Vedi, tu non sei diventato più giusto da quando conosci codici e decaloghi, tu sei diventato cattivo per colpa di un sistema che caga quei codici, e proprio con quelli ti imprigiona, ti opprime, ti dice come devi essere, non come essere (per quello ci dovresti pensare tu, solo tu sai come vuoi essere), quindi è un sistema che ti incattivisce, ti rende cinico, ti fa competere con chiunque, e tu per vincere sei disposto alle più triviali astuzie, agli inganni più infimi, è un sistema che ti fa credere di avere diritti di dominio sugli altri, ti fa credere di avere nemici e sottoposti, ti umilia e ti sfrutta, e tu così non potrai mai essere un giusto, anche perché vuoi vendetta (che i codici ti hanno insegnato a chiamarla 'giustizia'), ti vendichi sui più deboli e vuoi sempre essere superiore a qualcun altro. Ma se in un piglio di coscienza la tua vendetta si trasforma in visione di Libertà, niente da fare, ti hanno creato apposta altri codici per opprimere soprattutto la tua voglia di esplosione vitale. E ti incattivisci ancora di più, diventi “storto”, in balìa dei codici che non ti addrizzeranno mai, ti piegano, ti ingabbiano. Sei in Stato di cattività permanente. Ecco perché non puoi essere giusto nei fatti.
Vuoi essere davvero giusto e sereno, in pace con gli altri e con te stesso/a? Liberati! Segui solo i tuoi codici, quelli che ti ha dato la natura, e sarai in armonia con il tutto. 

domenica 1 ottobre 2017

Torino ResetG7: tre giorni di assedio al vertice, verso un riscatto possibile

Si è appena concluso il corteo unitario contro il G7 dell'industria, della scienza e del lavoro. Un vertice cronometrato per evitare al massimo ogni tipo di contestazione, di fatto un summit-nato-morto pensato come una passerella nella smart city e finito barricato in una reggia protetto da 1'500 poliziotti mentre un corteo di circa 5'000 persone assediava il ministro Poletti. La manifestazione di oggi conclude tre giorni di moblitazione contro il vertice costellati da azioni notturne, cortei selvaggi e appuntamenti studenteschi. Qualche considerazione a caldo, nell'obiettivo di animare un ragionamento collettivo.
La paura del potere: essere costante.
Il primo dato è quello del terrore che ormai regna tra i governanti su ogni possibile eccedenza che rappresenti, uno spaccato, per quanto minimo, dell'immiserimento che regna in questo paese. Il G7 è stato gestito con un sovranummero di uomini e mezzi che ci parlano di un potere sempre più distante, incapace di confrontarsi anche in una minima dialettica politica e quindi obbligato a schierare un gigantesco apparato militare per sopravvivere. Questa è l'unica verità delle istituzioni oggi e ancora di più lo sarà domani. Se noi ancora fatichiamo a trovare la forza della e nella nostra parte, chi ci è davanti è ben consapevole della propria debolezza. Qual'è il ruolo di una composizione militante in questo contesto? Non rappresentare una variabile con cui il potere deve fare i conti ma una costante, sedimentare una rigidità politica che s'innesti in una contraddizione evidente della nostra epoca (la distanza sempre crescente tra istituzioni, corpi intermedi e popolazione) ed essere indicazione.
Una ricomposizione possibile? Facchini, studenti, lavoratori delle cooperative e...
Ci soffermiamo per qualche momento sulla composizione del corteo di sabato. Lavoratori aderenti ai sindacati di base, facchini, lavoratori delle cooperative e settore terziario impoverito. Sfrattati, occupanti di case, famiglie in emergenza abitativa. Composizione giovanile, studenti delle scuole superiori, precari delle ristorazione. E poi qualche abitante della periferia nord di Torino che si è unito in fretta e furia perchè stava succedendo qualcosa. Dobbiamo cercare i nostri non con l'occhio del sociologo ma misurando il potenziale di cambiamento, la voglia di riscatto e la disponibilità a mettersi in gioco. Puntare non sulla vecchia sinistra orfana di rappresentanza e di rituali, foss'anchero i cortei che tanto piacciono anche a noi, ma su ciò che sentiamo scorrere come un fiume carsico sotto la politica. Negare le proprie identità per alludere al non detto, al rimosso dello sfruttamento e della miseria quotidiana, cercare una ricomposizione possibile che sia sommatoria geometrica, che quindi punti in alto e nel momento dell'incontro e dello scontro si superi e alluda a qualcos'altro. Le lotte quotidiane non bastano e non basta farle convergere. Serve di più. Serve parlare a quella larga fetta di sfruttati e oppressi che cerca lo scontro direttamente sul piano del politico – e quanto l'hanno capito più di noi quattro buzzurri “populisti”! Ci sembra che in questo senso la tre giorni contro il G7 ci dia un dato importante: c'è voglia di riconoscersi e di riconoscere la propria parte. E tanti ci hanno riconosciuto. Per fare questo serve mantenere la barra dritta su qualche punto fermo: la chiarezza degli obbiettivi, il valorizzare piccole minoranze ma rappresentative di una condizioni sociale più ampia, la necessità di non rinchiudersi in identità politiche predefinite.
Capire come si passa dal riconoscimento all'attivazione sociale, come si spezza il meccanismo della delega non era sicuramente il compito di questo percorso contro il G7, resta il rebus da risolvere insieme.
Fare la propria parte.
Dal corteo degli studenti, alle azioni notturne a sorpresa, dalla street parade al corteo di sabato le mobilitazioni si sono incastrate magicamente nell'obiettivo di mettere in difficoltà l'avversario. Lo diciamo fuor di retorica, l'avevamo promesso e le promesse noi, a differenza di quelli del G7, le manteniamo: siamo stati il loro incubo. Tutte le tattiche possono essere messere a profitto (dalla rappresentazione teatrale allo sfondamento della zona rossa) se c'è l'unità di una strategia.
Resta il fatto che oggi costruire mobilitazioni ampie e radicali richiede uno sforzo politico e militante enorme. I nostri spazi politici dobbiamo conquistarli a spinta, senza paura, con costanza e caparbietà. Nella chiarezza di uno scontro possibile. Non quello della guerra tra poveri ma della guerra contro chi ci rende poveri. È un percorso difficile e tutto da costruire ma è l'unico che vale la pena percorrere. I sorrisi sui volti di chi tornava dalla reggia di Venaria questo sabato, con la consapevolezza di aver fatto ognuno il suo piccolo gesto nella costruzione di una giornata importante, sono li a testimoniarlo. Tanta strada resta da fare ma vogliamo farla insieme, i due manifestanti arrestati devono essere immediatamente rilasciati!

sabato 30 settembre 2017

Reset G7 Torino: serata di lotta e iniziative di disturbo contro la zona rossa

Il corteo di ieri 29 settembre è partito attorno alle ore 10 da piazza XVIII dicembre facendo tappa in alcuni luoghi simbolo sul tema dell'alternanza scuola-lavoro: il grattacielo San Paolo, bloccato poi sotto la sede di Confindustria e la sede del MIUR. Un vertice costuito attorno all'industria 4.0 e smart della Torino post-industriale. Ma mentre i visi rugosi della Fedeli e di Poletti parlano per bocca dei giovani la realtà vissuta da questi è fatta sfruttamento e mancanza di prospettive.
Durante la mattinata ci sono state due cariche della polizia, posta a presidio della zona rossa. Una prima carica all'altezza di Corso Vittorio e una verso la fine del corteo. Uno studente fermato è stato poi successivamente rilasciato. Nel mezzo una deviazione del corteo è riuscita a sfondare un cordone di agenti di polizia in borghese penetrando per diverse centinaia di metri nella zona rossa in direzione di piazza Carlina dove si trovano gli alberghi in cui alloggiano le delegazioni del G7.
Azione di protesta contro il vertice anche da parte di un folto gruppo di No Tav, trovatisi inizialmente alla stazione di Porta Nuova e poi mossasi per raggiungere il corteo studentesco. Le azioni di disturbo dei no tav hanno tenuto impegnate le forze dell'ordine a più riprese: aggirando i blocchi di celere, bloccando il traffico. Il corteo si è infine concluso all'università occupando Palazzo Nuovo. L'appuntamento per il prosieguo della mobilitazione con iniziative diffuse è appunto a Palazzo Nuovo alle ore 18, mentre alle 18 è in programma un corteo di lavoratori in zona Barriera di Milano.
Dopo la mattinata segnata dal corteo nazionale degli studenti e delle studentesse delle scuole superiori, a Torino la giornata di contestazioni al vertice sul lavoro che si sta svolgendo alla Reggia di Venaria - alle porte della città - è proseguita fino a tarda sera.
Intorno alle 19 il primo appuntamento convocato a Palazzo Nuovo (la sede delle facoltà umanistiche occupata al termine del corteo del mattino) si è trasformato in un corteo selvaggio che si è diretto verso la centralissima piazza Vittorio per organizzare un blocco del traffico. Dopo alcuni minuti il corteo è poi ripartito, muovendosi velocemente per le vie del centro per aggirare i tentativi delle forze dell'ordine di bloccarne il passaggio e per fare pressione sulla zona rossa costruita attorno all'hotel in cui alloggiano le delegazioni di ministri del G7.
Rientrati in Università i manifestanti hanno promesso di non voler far dormire sonni tranquilli ai rappresentanti del vertice: intorno alle 22 un secondo corteo selvaggio è ripartito in direzione delle vie del centro. Il corteo notturno ha cercato nuovamente di violare la zona rossa all'altezza di via Po con lanci di razzi e fuochi d'artificio verso i cordoni della polizia. Successivamente a una carica dell'antisommossa gruppi di agenti in borghese hanno rincorso il corteo fino a piazza Castello, seminando confusione tra gli stand della Notte dei Ricercatori. Tre ragazze sono state fermate e poi rilasciate dopo alcune ore con una denuncia a piede libero.

Il corteo, ricompattatosi, ha fatto ritorno a Palazzo Nuovo dando appuntamento per domani mattina, sabato, per l'ultima giornata di mobilitazione. Nelle ultime ore è stata confermata la notizia della chiusura anticipata dei lavori del G7, nel tentativo di permettere ai ministri del lavoro di abbandonare la Reggia prima del corteo conclusivo previsto per sabato pomeriggio alle 14.30: l'ennesimo cambio di programma all'interno di un vertice sempre più ridotto all'osso e organizzato in modo tale da tenere al riparo i rappresentanti del G7 da qualsiasi contestazione ed evitargli di assumersi le proprie responsabilità e decisioni davanti a disoccupati, precari e lavoratori. Alla conferma della notizia la rete cittadina Torino Reset G7 ha deciso di raddoppiare gli appuntamenti di mobilitazione previsti per sabato 30/09: la giornata di lotta comincerà già oggi alle 10:30 al mercato del quartiere Vallette (corso Cincinnato 168) e poi proseguirà alle 14:30 con il corteo previsto in largo Toscana.

venerdì 29 settembre 2017

Torino 30 settembre ResetG7: roviniamogli il banchetto!

Già da qualche giorno alla Venaria Reale si riuniscono i rappresentanti di sette tra i paesi più potenti del mondo per discutere di lavoro, industria e scienza. Sono i sette che hanno approfittato della epocale crisi del 2008 per attaccare i diritti di giovani e lavoratori, per abbattere la qualità delle nostre condizioni di vita, per saccheggiare e devastare territori e popolazioni che già vivevano in condizioni difficili. Hanno scaricato la crisi su di noi, ci hanno detto che non c'era alternativa, mentre salvavano le banche, mentre le tasche dei più ricchi si gonfiavano sempre di più, mentre la concentrazione delle risorse e il danno ambientale che le loro politiche infami hanno provocato sconvolgono il pianeta.
La crisi ha anche, però, fatto cadere la maschera della presunta democrazia occidentale, ha reso evidente la funzione degli stati a tutela delle grandi ricchezze e sempre pronti a rifarsi su i più deboli. Nessuna fiducia, in occidente come altrove, è riposta nelle classi dirigenti di questi paesi. Il G7, come le altre riunioni dei potenti, non sono che un'umiliazione per miliardi di persone che subiscono le decisioni elaborate in queste assise.
Già lo sappiamo cosa ci diranno: siamo qui per risolvere il problema della disoccupazione tecnologica, parleremo della delocalizzazione del lavoro, cercheremo una soluzione alla finitezza delle risorse. Ma la verità è che se si lavora con salari da fame, se c'è chi lavora troppo e chi non lavora affatto, se le tutele e le professionalità sono state distrutte è colpa loro. Se la tecnologia invece di ridistribuire la ricchezza è la trappola che ci impoverisce è colpa loro. Se le risorse mancano è perché se ne sono appropriati, le hanno rubate.
La loro industria delocalizza, si ristruttura per dividere i lavoratori, per renderli ricattabili, per pagare di meno il costo del lavoro. Diventa smart, pesa i pochi megabyte di una app, ma dentro di sé porta il peso di un lavoro a cottimo per pochi euro, della sofferenza di tutti quei giovani esposti alle nocività, alla disoccupazione, alle malattie da stress, alla fatica.
La loro scienza è scienza della guerra, della devastazione ambientale, del controllo e dell'ordine, della paura. Non c'è etica che importi, l'unico faro della loro scienza è il profitto di pochi contro la vita di molti.
Dopo qualche pacca sulle spalle e qualche foto di rito ci annunceranno che la tormenta è finita, che siamo fuori dalla crisi ancora una volta. Però ci terranno a precisare che non c'è alternativa, che bisogna stringere i denti e fare qualche sacrificio in più. Quello che non diranno è che i sacrifici serviranno per tenerli sui loro troni ad abbuffarsi di ciò che resta di questo paese malato.
Un'alternativa c'è ed è una sola. Guastargli il banchetto. Mettersi in mezzo.
La nostra unica alternativa è smetterla di accettare che siano loro a decidere sulle nostre vite.
La nostra unica forza è l'unione di tutti coloro che sono sfruttati, emarginati, affamati, umiliati e derisi da loro.
La nostra unica salvezza, l'unica salvezza di questo paese è ribellarsi. Ora.
Sul lavoro bisogna ripartire da zero:
1) Lavorare meno per lavorare tutti.
Nel mondo non c’è mai stata così tanta ricchezza e così mal distribuita. Eppure si lavora fino a sempre più vecchi mentre i giovani muoiono di disoccupazione, si lavora anche la domenica, anche di notte. Serve una diminuzione della settimana lavorativa a parità di reddito.
2) Lavorare meno per lavorare meno.
L’automazione deve essere un vero progresso. Deve servire a liberarci dalla fatica e dal ricatto del lavoro. Deve servire a liberare tempo per gli affetti, per la socialità, per coltivare i propri interessi non a produrre disoccupazione.
3) C’è lavoro e lavoro.
Quante volte il lavoro rappresenta qualcosa di nocivo per chi lo porta avanti e per ciò che produce? Il criterio che deve guidare il lavoro è l’utilità sociale di tutti non i profitti di pochi.
4) Lavoro o non lavoro devo poter campare.
La diminuzione del lavoro socialmente necessario non deve portare alla miseria nessuno. Casa, welfare e bisogni primari devono essere garantiti a tutti.

giovedì 28 settembre 2017

G7. É tempo che la paura cambi di campo

Il fronte del lavoro pare essersi inabissato nell’immaginario di tanta parte dei movimenti di opposizione. La trasformazione sociale è processo che non incardina più la guerra di classe alla contrapposizione tra capitale e lavoro, tra dominanti e dominati.
Come se la lunga serie di sconfitte degli ultimi trent’anni avesse reso inessenziale questo terreno di lotta, come se la diversa configurazione materiale dello sfruttamento rendesse marginale lo spazio e il tempo del lavoro.
In realtà stato e padroni continuano a fare la guerra di classe con crescente durezza.
Se lo studio era stato una delle maggiori conquiste per i figli dei lavoratori degli anni Settanta, ora, con il trucco dell’alternanza tra scuola e lavoro, i ragazzi vengono avviati alla servitù salariata già negli anni della scuola. Imparare a lavorare gratuitamente è un addestramento al domani che li aspetta. Spesso studenti e famiglie sono complici di questa trappola perché sperano di acquisire punti per affrontare al meglio la giungla lavorativa.
La statalizzazione del movimento dei lavoratori, che nel dopoguerra aveva garantito, a prezzo di lotte molto dure, tutele e diritti, ma ne aveva smorzato la carica rivoluzionaria, sembra essere la ricetta vecchia per i tempi nuovi. Se la disoccupazione – al 10,9% quella generale, al 40% quella giovanile – è divenuta strutturale dopo la quarta rivoluzione industriale, se la precarietà è sempre più diffusa tra chi lavora, la ricetta del reddito garantito dallo Stato è insieme un’illusione e una trappola.
Non per caso il governo ha promosso un’elemosina ad una manciata di persone in povertà assoluta, a condizione che queste si pieghino a condizioni e controlli che ne certifichino la “buona volontà” di uscirne. Il reddito di inclusione stabilisce che la povertà è una colpa, che chi è povero se l’è meritato e per “riemergere” deve comportarsi secondo canoni stabiliti dallo Stato. La ricetta applicata da anni ai rom, sta per essere estesa anche ai poveri italiani.
L’elemosina di Stato, anche se avesse la forma giuridica del diritto e non quella cattolica dell’aiuto, è comunque parte del problema e non la sua soluzione.
La disoccupazione, la precarietà strutturale nei suoi diversi modi, non possono essere affrontate con lotte e trattative rinchiuse nel reticolo statale. Vengono stanziate risorse per gli ammortizzatori del conflitto sociale solo quando la radicalità del conflitto obbliga Stato e padroni a fare un passo indietro. Altrimenti il meglio cui si possa aspirare è un’elemosina offerta in cambio dell’obolo versato nell’urna elettorale.
Perché sprecare le forze grandi o piccole che si riescono a mettere in campo per ottenere quello che Stato e padroni sono disposti concedere in cambio della pace sociale? La pace sociale è un uroboro, un serpente che si morde la coda, perché è il punto di partenza per un nuovo attacco dei padroni.
Non solo.
Le linee di cesura tra oppressi ed oppressori sono molteplici ed è grazie ai movimenti antisessisti, ambientalisti, antirazzisti che se ne è evidenziata l’importanza, offrendo un orizzonte più ampio alla prefigurazione di una diversa organizzazione sociale e politica.
É peraltro merito di chi, nei movimenti, ha evitato la trappola della riduzione della complessità del reale ad un unico orizzonte interpretativo, aver colto la necessità di adottare un punto di vista intersezionale. In altre parole: i fili immaginari che rappresentano le linee di cesura, pur separati per necessità analitica, nei fatti si intrecciano e vanno fotografati nel loro attorcigliarsi, senza privilegiare una chiave esplicativa tra le altre.
L’approccio libertario a questi temi, costitutivamente segnato da una maggiore capacità di cogliere la complessità sociale nei suoi aspetti materiali e culturali, deve tuttavia affinare i propri strumenti analitici.
La sfida è grande, le difficoltà enormi. Prova ne è l’emergere di tentazioni sovraniste, autarchiche, iperstataliste, che aprono la via a formazioni di “sinistra” che approdano a lidi dall’agre sapore rossobruno. Lo stesso successo di una aggregazione costitutivamente ambigua, giustizialista e statalista, liberale e protezionista come il Movimento 5 stelle la dice lunga sulla natura reattiva ed intrinsecamente reazionaria, delle risposte agli effetti della globalizzazione capitalista.
Il rischio, evidente, è la crescita della destra sociale, che i temi della sovranità, dell’intervento statale in economia sa trattarli molto bene, facendo leva sulla paura, sulla chiusura identitaria, sul razzismo.
Il governo Gentiloni, che pure ha segnato un punto alla destra, con gli accordi con le milizie libiche e la cacciata delle Ong dal Mediterraneo, mantiene una politica economica liberale, che ha fatto della precarietà l’orizzonte “normale” di vita per la maggioranza di chi vive nel nostro paese.
É tempo che la paura cambi di campo. É tempo che siano padroni e governanti a dover temere quelle che un tempo, e non per sbaglio, venivano chiamate le classi pericolose. Pericolose per un ordine del mondo basato sullo sfruttamento, sulla dominazione, sulla schiavitù salariata.
Il G7 lavoro che si svolge alla reggia di Venaria rappresenta una straordinaria occasione per i movimenti di opposizione sociale di smontare la retorica dello sviluppo, della “crescita” infinita, che caratterizza le potenze che ogni anno si incontrano per allineare le politiche sul lavoro, per promuovere le legislazioni che stanno schiacciando sotto un tallone di ferro i chi per vivere deve vendere le proprie capacità ed il proprio tempo.
I lavoratori francesi il 12 settembre hanno dato un segnale forte e chiaro. La prima legge che ha demolito diritti e tutele venne firmata dall’attuale presidente della Republique, Macron. Due anni fa la lunga primavera di lotta contro la Loi Travail dimostrò che “l’emergenza terrorismo”, le leggi speciali e la repressione non fermavano né confondevano chi sapeva che i propri nemici siedono sui banchi del governo e nei consigli di amministrazione di banche ed aziende.
Il G7 sarà anche un’occasione per rimettere al centro chi agisce le lotte, grandi e piccole, che provano a fare del male alla controparte, per obbligarla a fare un passo indietro, sul terreno del salario, della sicurezza, dell’orario lavorativo, della qualità dei servizi nelle scuole, negli ospedali, nei trasporti.
La decisione di fare un corteo in periferia, in Barriera di Milano, è la scommessa di riannodare i fili della guerra di classe, in un quartiere dove la lotta per la casa, il reddito, la servitù del lavoro è anche lotta contro la militarizzazione, le retate, le repressione. Sono passati cent’anni dall’agosto 1917. La Barriera era al centro dello sciopero generale e dell’insurrezione contro la guerra e la fame. Le barricate messe a difesa del quartiere sono incise nella memoria di chi oggi ha raccolto il testimone di quelle lotte.
Il corteo del 29 settembre attraverserà le strade del quartiere e si concluderà con un’assemblea in cui prenderanno parola i protagonisti delle lotte. Gli addetti alle pulizie nelle scuole, i lavoratori dei trasporti e della logistica, quelli delle fabbriche, i precari e i fattorini, gli immigrati sotto il ricatto della clandestinità.
Il corteo che, il giorno successivo, da un’altra periferia, quella delle case dormitorio, tra il carcere e lo stadio si dirigerà verso la Reggia blindatissima dove si svolgerà il vertice, è legato alla dimensione simbolica della rappresentazione pubblica dell’inimicizia verso una bella fetta dei signori del mondo. La scommessa è che anche questo corteo abbia una ampia partecipazione popolare, che dia un segnale forte e chiaro in vista delle sfide durissime dei prossimi mesi.
Che i signori del mondo sappiano che ci sarà la pace sociale quando gerarchia, oppressione, sfruttamento saranno solo parole sui libri di storia.