..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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venerdì 15 dicembre 2017

Cos’è l’anarchia

Anarchismo non è sinonimo di “famo come ce pare”, questo è lo stravolgimento di un’idea, oltre che di un termine. Il pensiero anarchico è sintetizzabile nella bella idea che vuole che ognuno sia così partecipe del bene comune da potersi governare da solo senza pregiudicare l’altro. Nulla a che vedere con il comunismo o la democrazia rappresentativa, cui è sott’intesa l’idea che le masse siano incapaci di evolvere e dunque bisognose di essere “governate”, per lo più da persone bramose di potere e ricchezza personale. Il terzo millennio è iniziato con una crisi profonda dei modelli e quasi sempre ciò è avvenuto perchè le idee, alla fine, camminano sulle gambe dei peggiori. Lo diceva già Lenin un secolo fa. Dunque non le idee mancano, ma uomini giusti che vogliano occuparsi di politica, intesa come cura della cosa pubblica. Mi rendo conto che è come se avessi detto “mi sento vivo da morire”. Infatti gli uomini “giusti” generalmente stanno alla larga dalla politica, che è l’arte del compromesso e talvolta della sopraffazione. Alla base di tutto questo discorso c’è l’uomo e le sue possibilità evolutive. Dunque dobbiamo dare per scontato che le possibilità ci sono, perchè ci sono sempre state e ci hanno condotto fuori dalla barbarie e dalla legge della jungla. Sappiamo anche che la barbarie arde sotto la cenere ed è pronta a riprendere vigore ogni volta che gli uomini “giusti” mollano. Dunque non si tratta di ripulire il mondo dai furbi, dagli ignoranti, dagli egoisti e dai sopraffattori (questa è davvero utopia, poiché i percorsi di crescita sono individuali, c’è chi evolve in un anno e chi non gli basta una vita intera), ma di far sentire queste persone come si sente un fumatore in un parco pieno do alberi: un disadattato, una persona fuori dal tempo, antica. In questa società occidentale i “disadattati” sono invece al potere e radicano nelle menti deboli questi ideali da par loro e gli uomini ‘giusti’ si nascondono nel privato, poiché le minoranze sono perseguitate fino a che il mondo sta in mano ai cosiddetti ‘governanti’. Ecco, spostare questi equilibri, capovolgere il sentire comune è il mestiere dell’Utopia. Dal mio punto di vista è sbagliato perfino il concetto di “maggioranza”, alla base della democrazia. Un esempio paradossale per spiegarmi meglio. Secondo il principio di maggioranza gli handicappati dovrebbero strisciare su e giù per le scale e invece ha vinto il principio di minoranza, non puoi più costruire case e uffici con barriere architettoniche perché non è vero che la maggioranza rappresenta sempre il meglio per tutti. I movimenti anarchici hanno frange che usano violenza, ritenuta commisurata alla violenza subita, perlopiù diretta alle cose e non alle persone, allo scopo di richiamare l’attenzione dei media. Su questo punto si può discutere all’infinito, ma alla fine non ne risulta sminuito il principio base: chi intende ‘governarci’, inevitabilmente ci pensa e ci tratta come bestiame, altrimenti non avrebbe scelto di guadagnarsi da vivere “governando” i propri simili. Questo è uno dei principi da abbattere, filosoficamente parlando, come fu abbattuto quello della schiavitù, della segregazione razziale e del lavoro minorile per dar posto al diritto all’istruzione, al lavoro e al suffragio universale. Tutto ciò è costato lacrime e sangue lungo centinaia di anni, in quanto non accade mai che si salga da qualche parte prendendo strade in discesa. La “globalizzazione” non è, come i media tentano di farci credere, un fenomeno ineluttabile, ma il tentativo di riunire il potere in pochissime mani. Questa oligarchia, economica, finanziaria e politica, si propone di governare il mondo più di quanto stia già facendo. Tutti i movimenti e i partiti, ad esclusione di quello anarchico, portano acqua a quel mulino. Il futuro penso che sia nel pensiero anarchico, poiché sempre più persone non intendono vivere la propria vita all’interno di un gioco di ruolo, dove tutto è previsto, indirizzato, manipolato, finto. Cito il pensiero anarchico poiché è una delle poche forme mentis che ci slegano dal forte bisogno di essere servi o padroni o entrambi e dunque non liberi di considerare la nostra unicità e, alla fine, solitudine nell’universo.
Anarchia è sinonimo di Utopia esattamente come lo era la Democrazia al tempo di Cesare. Dunque nessuna utopia, ma un’alternativa, una possibilità. Il fatto che tale alternativa necessiti di una rivoluzione sociale è vero, ma non più di quanto furono necessari altri stravolgimenti sociali per l’affermarsi del capitalismo, del fascismo e del nazionalsocialismo. L’idea che gli anarchici siano dei comunisti rivoluzionari non è esatta, ma si è radicata per via del fatto che ovunque ci sia stato da menar le mani per abbattere il potere costituito, gli anarchici c’erano e sempre in prima fila. A cominciare dalla Rivoluzione russa, ma anche prima. In verità, gli anarchici semplicemente sanno che senza rivoluzione sociale qualunque cosa si faccia è un piacere allo status quo, e allora si sono trovati spesso al fianco di movimenti rivoluzionari comunisti. Gli anarchici non fanno una questione di potere buono e potere cattivo, dunque non possono essere comunisti e statalisti. L’anarchia è anche altro… un modo di essere, una mentalità, un modo di vivere, un concetto e una visione differente della vita. É autonomia, rispetto, solidarietà, universalità, tolleranza, insomma… se la conosci t’innamori e dopo non potrai essere altro.
In vista e nella speranza di un sovvertimento sociale, gli anarchici sanno che opposte fazioni si contenderanno il potere. Per questa ragione la loro azione “pre-rivoluzionaria” è rivolta a promuovere il rifiuto di ogni forma di potere dell’uomo sull’uomo, a convincere insomma le masse che non esiste la necessità di essere servi o padroni, poiché questo assunto è solo un’invenzione di menti astute e antiche come il mondo, non una legge di natura.

mercoledì 6 dicembre 2017

La convivialità di Ivan Illich

Le persone vedono intorno a loro violenza, aggressività, odio... se ne lamentano, come per un atavico richiamo alla solidarietà, ma esse stesse sono violente, aggressive, odiose, sono intrappolate nel vortice del conflitto. Le persone, le masse, pensano che questa condizione conflittuale sia naturale, perché la vedono ovunque, la vivono, ma non si pongono alcuna domanda, il teorema della massa governata è il seguente: guardare, ipotizzare, sentenziare, tutt'al più verificare con quanto dice la propaganda di regime, la quale non può che darle l'informazione più rassicurante -per la massa come per il sistema- quella che la riporta con amore dentro il gregge. Un Piero Angela qualsiasi vale milioni di pastori. La verità sta oltre l'apparente, che poi è pure costruito. Un contesto coercitivo, qual è quello statalizzato, genera inevitabilmente conflitti, ed è il conflitto che genera l'odio, non viceversa. Un contesto libero, invece, rende le persone serene e poco inclini ai conflitti, quindi all'odio. Il senso del libro “La convivialità” di Ivan Illich è anche quello di far conoscere, diremmo meglio riconoscere, l'entusiasmante e antico incontro di un essere umano con l'altro in un rapporto reciproco sereno, libero, dove finalmente possa esprimersi la vera natura dell'essere umano, che è fondata sull'amicizia, sulla cooperazione, sulla curiosità della scoperta, sul mutuo appoggio e l'accordo.
Non è neanche questione di ideologia, ma di buon senso e di conoscenza delle cose, una conoscenza che supera il superficiale propagandato e dato -come certo- in pasto alle masse. E sul buon senso e l'analisi ragiona l'anarchia che, in quanto disposizione naturale e umana, lungi dall'essere un dogma, ha la triste sorte di ricevere gli attacchi del sistema e della società ormai sistematizzata. Tutte le credenze e le convinzioni della società possono essere facilmente scardinate, così come le parole usate dai governanti, il senso stesso della legge dello stato... tutto è smontabile, ed è stato smontato mille volte, e rivela una colossale menzogna, una macchina infernale di propaganda continua, inesorabile, che annichilisce le coscienze e le rende docili e sempre pronte a creare conflitti, sì che la massa, la società statalizzata, guardando intorno a sé tanto odio, anziché eliminare il conflitto che lo genera (usando il buon senso), chiami sempre in suo soccorso la macchina che lo crea. È un circolo vizioso.

domenica 3 dicembre 2017

La squola la squola la squola

È molto difficile parlare della scuola, è come parlare di qualcosa che ti è sopra e che ti tiene anche se tu capisci che non è bello, e vorresti fuggire; è come accusare qualcosa che sai essere sbagliata e vecchia e cattiva perché spesso ti fa male, ma non riesci a spiegare il motivo di questa situazione, perché ormai sei nel cerchio, assuefatto, rincretinito, e senti che non è giusto vivere la scuola e tutto ciò che essa comporta nel modo in cui sei costretto a viverli, ma ormai è tardi per potere capire e fare capire quello che soffri: la tua mente ormai è evaporata tra le sermoniche blaterature di vecchi libri-professori troppo disumanizzati per ascoltare te uomo e che ridono da-grandi-sempre-esatti-con-esperienze-piene-dei-miei-sputi; quando vedono la tua disperazione di vivere, il tuo mondo che non è solo scuola e libri-di-merda-di-sempre ma vita-di-uomo per non morire nelle parole studiate di libri lontano da me.
Ogni mattina mi alzo presto per andare a scuola; ogni mattina passi scontenti, ogni mattina una grande pena per le quattro o cinque ore che devo sopportare, ma questo solo quando ero ancora deluso nelle mie giovani speranze della scuola, quando erano illusioni di scuole di vita, di cose e persone interessanti, di professori che ti vedono persona e non registratore pappagallesco di parole imparate in forme mnemoniche per il numero (voto) dell’ingresso in società, questo ora non più.
Ora solo l’indifferenza della giornaliera monotonia, ora la rabbia di sopportare questa ineducazione alla vera vita, questo insegnamento che ti fa bravo uomo di merda per cui il professore ha sempre ragione oppure bravo alunno che vede solo rosa e Gesù Cristo che ha salvato il mondo. E non puoi ribellarti contro il professore che ti chiama cretino-stupido-ignorante-cafone, perché gli anni saltano e sei sempre bastonato nei tuoi urli di disperazione. Devi sempre solo tacere o blaterare almeno da sei (6= sufficiente … per vivere?!!!) e devi far presto per fuggire quando “il periodo di preparazione alla vita della società” è finito, ma ormai sei cretino perché ti hanno vinto e tu non sai più se sei tu o Cicerone o Napoleone o Alessandro Manzoni e radice quadrata di buon-uomo-con-la-vita-onesta-assicurata (leccando i piedi sporchi del raccomandatore con bustarella). E non ditemi per questo “perché ci vai?” perché non voglio agonizzare con 70.000 lire al mese con moglie e figli risparmio per il televisore-casa-frigorifero, e non voglio diventare l’acciaio di catene di montaggio (tic-tac per giorni-anni-vite) e la sola speranza (leggi: illusione) di (non) vivere in modo poco migliore(?) (differenza =illusione) è diventato bravo scolaro, studioso, disciplinato (bla bla bla) e prendere il biglietto di ingresso al mondo dei grandi (la vispa Teresa …) (biglietto = diploma, licenza, calcio nel sedere) o meglio prendere pezzo di carta più utile per funzioni più igieniche se non fosse la vita lavoro- soldi-vecchiaia e morte (onorata se son dottore, banale se sono operaio). 
Per questo vado a scuola, per prendere i segni sufficienti della mia insufficiente vita.


(Tratto da Mondo Beat numero 1, 1 marzo 1967)

mercoledì 29 novembre 2017

L’economia come disarmonia e conflitto

Non c’è un tempo, non c’è un luogo, un’esperienza umana dove la supremazia dell’economia abbia mai prodotto alcuna soluzione globale. L’economia al posto di comando significa inesorabilmente disarmonia e conflitto, perché ogni volta che essa funziona, funziona soltanto per un settore o per una parte (se poi non funziona non funziona per nessuno se non per LORO). Bilanci, fatturati, e indici di produzione appartengono a una grande bugia, perché nel mondo sottomesso all’economia, in testa a tutte le classifiche c’è la produzione di infelicità. Questa è la merce definitiva, il prodotto dei prodotti.
Perché l’economia non domina soltanto l’esistenza sociale, ma è scivolata ben dentro le menti, i comportamenti, le relazioni personali: guadagno, risparmio, investimenti, ricavi e costi, sono categorie che l’umanità è arrivata ad applicare a ogni circostanza; in questo senso l’economia è la più diffusa e micidiale delle sostanze inquinanti, la vera droga pesante con miliardi di tossicodipendenti. Il prezzo antropologico che l’umanità paga per qualche dose/bustina di benessere economico è lo sterminio e la depressione delle ricchezze vitali.
Non è certo nelle mani degli economisti che c’è un futuro per l’economia. Perché come tutti coloro che pretendono di seguire una fredda oggettività, gli economisti costruiscono una disciplina estranea alla ricchezza vitale. E ormai sempre più una disciplina separata, specializzata, freddamente oggettiva e razionale, non è soltanto odiosa, è anche profondamente stupida.
Alleggerire l’economia da ogni primato e da ogni privilegio è il solo modo per riservarle una possibilità di salvezza (sempre se vale la pena salvarla).
È in una dimensione di ricerca globale di nuove forme di vita, che ci potrà essere una terapia per l’economia. Alla borsa, nelle banche e nelle menti andrebbe messo un cartello con scritto: senza espansione della felicità niente sviluppo economico.

sabato 25 novembre 2017

Fuori dal gregge

lo vivo fuori dal gregge; vi rifuggo tutti, voi. i vostri pastori e i vostri cani. Ho detto addio a tutto ciò che vi appassiona; ho rotto con le vostre tradizioni; non voglio saperne niente della vostra società pazzoide; le sue menzogne e la sua ipocrisia mi disgustano. In mezzo alla vostra falsa civilizzazione io mi isolo; mi rifugio in me stesso; non trovo pace che nella solitudine. Non voglio più frequentarvi; mi metto al riparo da voi, perché siete tutti colpiti dalla follia: vi affannate per vivere più velocemente; vi affrettate, correte, vi spurgate. La vostra esistenza febbrile vi impedisce di pensare, di sognare, di sentire. E tutta questa frenesia non ha altra causa che il vostro accanimento per il guadagno: guadagnare denaro è per voi la legge suprema; arricchirvi, ecco il vostro unico scopo.
Non sapete che lavorare, sudare e votare. È per lo sporco denaro. questo dio della nostra sporca epoca. che dichiarare la guerra; è per lui che uccidete e vi fate uccidere. Vi rendete infelici per lui; vi esaurite. Vi suicidate per lui. Non vi passa neanche per la testa di ridurre i vostri bisogni, di rinunciare ai vostri desideri, di pacare il vostro cuore. Nessuno di voi manifesta l’intenzione di rompere con l’infernale stato di cose attuale.
Ah! Siete stati gettati nell`ingranaggio sin dalla nascita. Ma che dico? Prima che veniste al mondo, la vostra sorte era già decisa, la vostra vita tracciata e, da che avete fatto la vostra apparizione, vi hanno sottoposti a ogni sorta di influenza, familiare innanzitutto, scolastica poi, più avanti militare, e infine sociale.
Vi hanno insegnato a modellare la vostra esistenza su quella dei vostri genitori; hanno diretto i vostri sentimenti; hanno soffocato le vostre aspirazioni; vi è stata insegnata una morale; vi hanno inculcato delle credenze religiose; vi hanno prescritto doveri civici, obblighi mondani; vi hanno plasmati, impastati, triturati; vi hanno stritolati sotto tutte le convenzioni, sotto tutti i pregiudizi, sotto tutti gli errori.
Vi hanno imposto regole; vi hanno circondato di costrizioni; vi hanno eretto davanti barriere; vi hanno assegnato limiti; vi hanno forgiato catene. Hanno talmente annichilito la vostra individualità che infine avete perso la coscienza di voi stessi. E quando un non-conformista, facendo tabula rasa dei falsi valori, cerca di spiegarvi il sublime poema della vita, di svelarvi la verità, di denunciare gli artifici che la snaturano, le convenzioni che la mutilano, le menzogne che la imbruttiscono, vi rifiutate di ascoltarlo. Se questi prova a purificare il vostro spirito elevandolo al di sopra dei miasmi morbosi che esalano dalla materia, se vi predica la vita interiore, la sola che sia degna di essere vissuta, voi sogghignate e lo prendete per pazzo, lo alienate.
Sub-umani radunati in greggi, avete tutti la stessa mentalità gregaria; belate tutti, con lo stesso tono, gli stessi luoghi comuni.
È per questo che vi rifuggo, voi, i vostri pastori e i vostri cani.


Henri Gustave Jossot

martedì 21 novembre 2017

Auguste Vermorel

L'oggetto del socialismo è sopprimere il governo, abolire il principio arbitrario dell'autorità e sostituire alla gerarchia dei poteri politici l'organizzazione delle forze industriali.
È meglio per il popolo, o per la minoranza delle persone che sono consapevoli della loro idea, astenersi dal votare contro i suoi principi e contro la sua coscienza.
Ciò che si chiama libertà, nel linguaggio politico, è il diritto di fare leggi, cioè di incatenare la libertà.

Auguste-Jean-Marie Vermorel
Comunardo 1841-1871

lunedì 20 novembre 2017

Do It Yourself

Il motto Do It Yourself (DIY), cioè letteralmente fatelo da soli o fatelo voi stessi, presente spesso nella cultura punk, è l'invito a non delegare ad altri ciò che possiamo fare noi stessi.
L'etica del DIY è liberamente associata al punk e a vari movimenti anticonsumisti che rifiutano l'idea che ogni cosa di cui un individuo necessita debba essere per forza acquistata. Un famoso slogan anarcho punk difatti recita: «DIY not EMI'»; questa vuole essere una presa di posizione consapevole contro le major della distribuzione musicale. Molte delle prime band anarcho punk sono state edite dalla Crass Records, casa discografica di autoproduzione dei Crass.
Il DIY è un pensiero che può essere applicato in qualsiasi ambito della vita quotidiana, ma è comunque una chiara presa di posizione anti capitalista. Nello specifico campo della musica ci si riferisce a quegli artisti che, opponendosi al sistema stabilito dall'industria musicale attuale, preferiscono autoprodursi e autopromuoversi con mezzi propri. Un altro aspetto importante del DIY è la produzione e distribuzione di fanzine, ossia giornali autoprodotti, che cercavano di diffondere notizie e idee della scena punk. In Italia una delle prime esperienze di autoproduzione con le fanzine fu OASK?! degli Indiani metropolitani nel "77; questi ultimi erano i fricchettoni e rappresentavano il primo movimento punk italiano, che in comune al punk inglese, nato nello stesso periodo, aveva l'impostazione nichilista, ma era un movimento libertario sorto come politico-ideologico, a differenza di quello inglese che prendeva le mosse semplicemente dalla cultura rock.
Il movimento che si ispira al DIY non è omogeneo, ma dal punto di vista politico esso assume un significato alternativo allo strapotere dello Stato e del capitalismo. Coloro che si ispirano a questo slogan sono molto spesso legati al movimento anarchico, quindi legati al principio dell'autogestione e dell'autonomia. La necessità di creare, di avere una certa indipendenza rispetto all'industria e alle multinazionali, in modo da sganciarsi dalle loro politiche consumistiche, li porta spesso a trovare soluzioni personali gratuite o a basso costo che vanno in antitesi alla mercificazione dominante.
In parole semplici, il fatelo da soli è una forma di autogestione, senza dover aspettare o sperare nella volontà degli altri per realizzare le proprie idee o convinzioni.

venerdì 17 novembre 2017

Squat

Con il termine squat s'intende quell'azione volta ad occupare una proprietà pubblica o privata. Gli occupanti o squatters, compiono queste azioni per due ragioni principali: motivazioni economiche e/o politiche.
Il termine squatter - squatter (sku̯å′të) s. ingl. [der. di (to) squat «accovacciarsi» (a sua volta dal fr. ant. esquater «comprimere»), poi «occupare senza averne diritto»] - nel XIX secolo indicava i coloni inglesi che occupavano i territorî liberi dell'Australia senza averne titolo legale.
Le occupazioni di proprietà pubbliche e private si sono susseguite nel corso di tutta la storia dell’umanità. É quindi ben difficile stabilire con precisione il momento della nascita del movimento degli squatters.
§         In Italia le prime occupazioni dei cosiddetti CSOA (Centro Sociale Occupato Autogestito) nascono negli "anni '70", i primi a Milano, con lo scopo di contrastare l'alienazione della vita metropolitana, di promuovere informazione alternativa e controcultura e di sganciarsi dalle restrizioni dei partiti istituzionali.
Un momento drammatico della storia degli squat italiani si è verificato nel marzo del 1998, quando vengono arrestati a Torino tre squatters, Edoardo Massari, Maria Soledad Rosas e Silvano Pelissero, tutti accusati di ecoterrorismo. Dopo il suicidio di "Baleno" (soprannome di Edoardo Massari) e Soledad, Silvano Pelissero viene assolto dalle accuse, rivelatesi infondate, di appartenenza al fantomatico gruppo terroristico dei "Lupi Grigi".
§         In Francia, le prime tracce degli squatters risalgono alla Parigi del 1912, quando l’anarchico Georges Cochon e alcuni operai tappezzieri costituirono l’Unione Sindacale dei Locatieri. La stampa libertaria e les chansonniers (Charles d'Avray, Montéhus...) esaltarono le loro azioni che gli portarono ad occupare hotels, negozi, case e vari luoghi insoliti (la camera dei deputati, caserme, prefetture), divenendo molto conosciuti anche grazie ad un opuscolo pubblicato in «l'Humanité» tra il 17 novembre 1935 e il 17 gennaio 1936.
§         In Australia il termine squatters nasce in riferimento agli agricoltori che, pur non avendo alcun diritto legale, nel XIX secolo occupavano le pubbliche terre. Dal 1824 queste occupazioni sono state via via regolamentate, molte volte senza alcun successo. Purtroppo spesso questi "occupatori" si sono trasformati in grandi proprietari terrieri o in usurpatori dei territori degli aborigeni.
§         In Brasile, le occupazioni sono sempre state una necessità delle comunità più povere, obbligate ad "arrangiarsi" per trovare un tetto sotto cui riparsi. Le Comunità squatters brasiliane non sono altro che quelle che vengono chiamate favelas (es. la favela di Rocinha, Rio de Janeiro, è abitata da circa 500.000 persone, ma in tutto il Brasile si contano circa 25 milioni di persone che vivono nelle favelas). A San Paolo esiste un movimento, l’MSATC, che si prefigge lo scopo di agevolare le occupazioni di massa di case e di edifici abbandonati, utilizzando tutti i mezzi possibili (si avvalgono della collaborazione di avvocati che difendono gli occupanti sulla base della costituzione brasiliana che garantirebbe un tetto a ogni cittadino) per impedire lo sgombero. Esistono anche squatters rurali, come il movimento dei Sem-terra, fortemente osteggiato dalle autorità e dai capitalisti fondiari, che contano approssimativamente 1.5 milione di membri.
L’occupazione e l’autogestione di spazi pubblici (stabili abbandonati, ex fabbriche, ville, case sfitte, ecc.) sono giustificati dalla necessità di liberare degli spazi dall’influenza delle istituzioni e dei partiti. Le occupazioni si sono susseguite in varie città d'Italia, senza scopo di lucro, senza fini commerciali, senza mire partitiche, fino a diventare luoghi di abitazione di alcuni.
Nella quasi totalità dei casi gli occupanti sono impegnati nelle lotte dell'estrema sinistra, della sinistra extra-parlamentare e naturalmente degli anarchici. Sviluppano talvolta progetti legati anche alla diffusione di materiale ed informazioni anarchiche, sganciati però dalle logiche del profitto capitalistico. Gli infoshop sono un classico esempio di questi progetti.
Per riferirsi alle case occupate dagli anarchici spesso si usa la dicitura squat (e squatters per gli "occupanti"), preferita per differenziarsi dalla pratica degli altri centri sociali e per spiegare meglio il genere di lotta specifica che si porta avanti. È il sito web Tuttosquat che spiega il perché di questa scelta:
«Meglio la dicitura squatter anarchici... Abbiamo preso in considerazione il fatto che il termine squat viene usato in tutto l’occidente per indicare gli occupanti di case, dalla Francia, alla Svizzera, all’Inghilterra, alla Germania, agli Stati Uniti, all’Est. Non è una dissertazione sulle etichette ma il nostro modo di vedere le manipolazioni mediatiche rispetto ad un nome e alla dignità della pratica complessiva delle case occupate che investe più globalmente l’autogestione della vita e chiede la sovversione dell’esistente».

martedì 14 novembre 2017

Definizione minima delle organizzazioni rivoluzionarie

Definizione minima delle organizzazioni rivoluzionarie
Ovvero come riconoscere quelle che non lo sono
Considerando che l'unico fine di una organizzazione rivoluzionaria è l'abolizione delle classi esistenti attraverso una via che non comporti una nuova divisione della società, definiamo rivoluzionaria ogni organizzazione che operi con conseguenza per la realizzazione internazionale del potere assoluto dei Consigli operai, quale è stato abbozzato dall'esperienza delle rivoluzioni proletarie di questo secolo.
Una tale organizzazione o presenta una critica unitaria del mondo, o non è niente. Per critica unitaria intendiamo una critica pronunciata globalmente contro tutte le zone geografiche in cui sono installate le diverse forme di poteri socio-economici separati, e parimenti pronunciata globalmente contro tutti gli aspetti della vita.
Una tale organizzazione riconosce l'inizio e la fine del proprio programma nella decolonizzazione totale della vita quotidiana; non mira dunque all'autogestione del mondo esistente da parte delle masse, ma alla sua trasformazione ininterrotta. Essa conduce la critica radicale dell'economia politica, cioè il superamento della merce e del salariato.
Una tale organizzazione rifiuta di riprodurre al suo interno le condizioni gerarchiche del mondo dominante. L'unico limite della partecipazione alla sua democrazia totale è il riconoscimento e l'auto-appropriazione da parte di tutti i suoi membri della coerenza della sua critica: questa coerenza deve essere presente nella teoria critica propriamente detta, e nel rapporto fra questa teoria e l'attività pratica. Essa compie una critica radicale di ogni ideologia in quanto potere separato delle idee e idee del potere separato. Così essa è ad un tempo la negazione di ogni sopravvivenza della religione e dell'attualespettacolo sociale che, dall'informazione alla cultura di massa, polarizza; ogni comunicazione degli uomini intorno ad una ricezione unilaterale delle immagini della loro attività alienata. Essa dissolve ogni "ideologia rivoluzionaria" smascherandola come ratifica del fallimento del progetto rivoluzionario, come proprietà privata di nuovi specialisti del potere, come impostura di una nuova rappresentazioneche si erge al di sopra della vita reale proletarizzata.
Poiché la categoria della totalità è il giudizio ultimodell'organizzazione rivoluzionaria moderna, questa è infine una critica della politica. Essa deve esplicitamente mirare, con la sua vittoria, alla propria fine in quanto organizzazione separata.

ASSOCIAZIONE PER LA PROPAGAZIONE DELL'EPIDEMIA DI RABBIA CONTAGIOSA
Bologna, 23 settembre 1977


(Tratto dal pamphlet: Benvenuti nella città più libera del mondo)

mercoledì 8 novembre 2017

L’insurrezione selvaggia da Bedlam Rovers

I politici cercano in continuazione di prendersi cura dei lavoratori per migliorare le nostre condizioni. Il problema è che non li stanno mai ad ascoltare. Se lo facessero, capirebbero che in sostanza non vogliono lavorare, e non vogliono lavorare specialmente in un mondo come questo, né in qualsiasi altro programma di autogestione dei lavoratori. L’idea di autogestire la nostra schiavitù è ancor meno allettante dell’avere un nemico che fa schioccare la frusta. NOI sappiamo che l’industria non ci offre felicità né appagamento, perché ci viviamo dentro e perché l’abbiamo costruita. Questa storia dei politici di sinistra o dei sindacati che ci dicono che solo nelle fabbriche gestite dai lavoratori possiamo trovare la liberazione deve finire. Credete che la loro utopia eliminerà l’inquinamento e le sostanze tossiche prodotte dall’industria, l’abuso dei bambini e delle donne prodotto dal disprezzo che si prova per se stessi lavorando come bestie, e l’abuso di se stessi con droghe e alcol per riuscire a sopportare il lavoro o per essere più efficienti? A tutto questo la risposta è NO!
L’apparato industriale non può funzionare senza nocività. Contrariamente a quanto credono la maggior parte dei politici di ogni colore, non esiste una tecnologia eco-compatibile, il computer senza il quale non potete vivere non può essere fabbricato senza sostanze tossiche. Così, mentre liberate voi stessi, avvelenate anche l’aria che respirate e l’acqua che bevete, oltre a uccidere molte altre specie. Anche senza i capitalisti, il lavoro servile, duro, noioso, ripugnante continuerà ad esistere finché avremo bisogno di lavorare. Un’economia mercantile non può funzionare senza che la maggioranza delle persone continui a svolgere lavori di routine. Ora, se si crea un mondo in cui possiamo disporre di qualsiasi merce vogliamo: credete che la gente lavorerebbe meno? A quel punto lavoreremmo per la merce stessa, diventando quindi schiavi della merce e non più dei capitalisti. Non stiamo lottando per ottenere il nostro posto nella catena di montaggio e passare la vita lavorando. Non crediamo che gli esseri umani siano i razionali “eredi del pianeta”. I politici non hanno niente da offrire alla nostra rivolta quotidiana. Allora che cosa dobbiamo fare? Ci hanno fatto credere che per cambiare dobbiamo andare a destra o a sinistra. Fottetevene. La risposta è l’insurrezione selvaggia.