..............................................................................................................L' azione diretta è figlia della ragione e della ribellione

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venerdì 24 febbraio 2017

Un anarchico torinese combatte l’ISIS in Siria

L’Antifascist Internationalist Tabur, il Battaglione Antifascista Internazionalista, si costituisce ufficialmente il 20 novembre dello scorso anno. La scelta della data non è casuale, perché coincide con l’ottantesimo anniversario della morte in combattimento dell’anarchico Buenaventura Durruti.
I miliziani internazionali, anche prima della nascita dell’AIT, hanno pagato un forte tributo di sangue. La morte, durante un bombardamento dell’aviazione turca, di Robin e Zana, un anarchico e un comunista, ci viene raccontata con emozione da P. P., un compagno anarchico torinese, dell’Antifa Tabur. “Il loro ricordo ci è stato di sprone nelle tre settimane di gennaio, passate sul fronte di Al Bab.”
P. P. combatte in Siraq – il territorio tra Siria e Iraq – conquistato dall’Isis, conteso dalle maggiori potenze mondiali, tra le quali le milizie del Rojava, ora Confederazione Democratica della Siria del Nord. I miliziani dell’AIT sostengono in armi la lotta della rivoluzione democratica, femminista, internazionalista e non capitalista che, pur tra mille difficoltà, non ultima quella di non farsi schiacciare da nemici ed “amici”, cerca di sopravvivere.
Alcuni dei membri di quella che diverrà l’AIT avevano partecipato alla durissima battaglia di Manbij. Oggi l’Antifa Tabur prende parte alla campagna per la presa di Raqqa. Il compagno ci racconta dei tanti arabi che si stanno unendo alle milizie del Rojava, dei villaggi abitati da popolazioni arabe, che li accolgono come liberatori. Ci parla dell’ingresso in un paese, dove una donna che si è tolta il velo, liberando i propri capelli, gli rivolge la parola per avere informazioni. Proprio a lui, uomo e straniero. Alle nostre latitudini può parere banale ma nella Siria sotto il dominio dell’Isis e del retaggio patriarcale mai sopito, non lo è affatto. È il segno di quanto i processi rivoluzionari possano accelerare percorsi di libertà in zone dove la sottomissione è ancora la norma cui sono sottoposte le vite delle donne. L’esempio delle milizie femminili, delle donne in armi, spezza l’immaginario e da forza a tutti e tutte.
Di seguito un documento dell’AIT sulla situazione in Siraq, fattoci pervenire da P.:


Rojava: una Rivoluzione in cammino tra ISIS e Turchia

La liberazione della città Taly Abihad/Gire Spi ha permesso la storica unione dei due cantoni di Kobane e Cizire, ha troncato la famigerata (ma non unica) autostrada della jihad tra gli allora alleati Turchia e ISIS ed ha contemporaneamente impresso una forte accelerazione alla rivoluzione del Rojava. Anche nel 2016, l’anno appena trascorso, molta e’ stata la strada percorsa dai popoli che abitano le terre del Nord della Siria. Il doppio binario sul quale si muove la Rivoluzione e’ costituito da un lato dall’unione con Efrin, il terzo cantone più occidentale del Rojava e dall’altro dall’attacco a Raqqa la capitale del sedicente Stato Islamico. Per quanto concerne il primo obbiettivo, la liberazione territoriale ha ormai superato le acque del fiume Eufrate con la sanguinosa battaglia di Mambij. Tutte le battaglie sono sanguinose per definizione ma il prezzo pagato dalle compagne e dai compagni è stato particolarmente alto.
Considerando tutti gli stati che si stanno combattendo direttamente o per procura nel Siraq (il territorio della Siria e dell’Iraq dal confine ormai polverizzato dalla guerra) quella che sta avvenendo in queste terre é de facto una micro Guerra mondiale con alleanze variabili. I nemici della Rivoluzione del Rojava non mancano ma sicuramente il più accanito si chiama Recep Tayp Erdogan, l’attuale presidente della Turchia.
La politica neo-ottomana della Turchia prevedeva l’espansione sia nel Nord dell’Iraq che nel Nord della Siria contestualmente all’eliminazione di Bashar Al Assad. Per questo progetto imperialista la Rivoluzione del Rojava a forte trazione curda è un incubo strategico: sia perché l’unione territoriale dei tre cantoni Efrin, Kobane e Cizire sigillerebbe il confine turco ponendo fine a qualunque obbiettivo siriano, sia perché il radicamento del confederalismo democratico rappresenta un temibile esempio ed una stabile sponda per i 15 milioni di curdi del Bakur, il Kurdistan turco. La campagna imperialista dello stato turco non sta dando buoni frutti: in Iraq la coalizione per l’assedio a Mosul ha fortemente osteggiato la forza militare turca e l’ha esautorata dall’operazione. Ora Erdogan grazie al suo utile alleato Masud Barzani, presidente del KRG (Kurdistan Regional Governament), il governo regionale del Kurdistan nell’Iraq del Nord, preme su Shengal ed i territori Yazidi cercando di piazzarsi sul confine orientale del Rojava tagliandone le uniche linee di approvvigionamento.
Nell’estate del 2016 con un grande tripudio di fanfare e tromboni e’ partita l’operazione “scudo dell’Eufrate” “per combattere i terroristi dell’ISIS ed i terroristi curdi dello YPJ/YPG”, secondo la propaganda del governo turco.
Mettendo piede in Siria l’esercito turco ha dato il via all’ avventura espansionistica di Erdogan, sancendo un cambio di posizionamento nello scacchiere delle nazioni che si stanno scontrando qui. La Turchia da alleata e sponsor sunnita dell’altrettanto sunnita ISIS e dalla guerra per procura è passata alla guerra in prima linea contro i Daesh (l’acronimo arabo per ISIS), gli amici di ieri.
I militari turchi, per contrastare l’unione territoriale della Confederazione Democratica della Siria del Nord, denominazione ufficiale della Rivoluzione del Rojava che rappresenta l’alleanza multietnica tra curdi, arabi, assiri, circassi, turkmeni, ecc., hanno prima ottenuto la città di Jarablus, tramite un accordo con l’ISIS e hanno bombardato e colpito duramente la popolazione del cantone di Efrin ed i villaggi intorno Manbiji, spingendosi poi velocemente a sud verso Aleppo, città cardine della Siria.
Non riuscendo ad ottenere risultati con l’FSA, (Free Siryan Army) l’esercito siriano libero, in realtà ormai milizie sotto il comando turco, è stato siglato un patto tra Russia e Turchia, leggi Vladimir Putin e Recep Erdogan. L’FSA e la Turchia hanno lasciato Aleppo ai governativi di Assad, presidente della Siria-filoiraniano ed ormai pedina della Russia, in cambio della completa libertà di azione su Al Bab, attualmente in mano all’ISIS. Al Bab è la città principale che separa ancora Efrin dagli altri due cantoni, per questo motivo l’avanzata delle forze democratiche della Siria si è per ora fermata a meno di 40 chilometri dall’unione. Le notizie che ci arrivano dal fronte di Al Bab raccontano di una battaglia senza sosta tra esercito turco ed Isis e di continui bombardamenti aerei e di artiglieria da terra ma, dopo più di un mese di scontri, le forze turche non sono ancora neanche riuscite a mettere piede nella città di Al Bab. Un’altro elemento non trascurabile nello scacchiere del Siraq è stato l’accordo siglato il dicembre scorso tra Russia Iran e Turchia per la spartizione della Siria. Tale accordo prevede una tregua tra le parti che sta sostanzialmente tenendo per la prima volta dai precedenti tentativi dell’ONU; rappresenta inoltre un anticipo per un futuro smembramento del territorio siriano. Da questo triplice accordo sono state escluse le forze rivoluzionarie del Rojava, equiparate all’ ISIS, e gli Stati Uniti d’America dopo il tramonto della gestione Obama ed a pochi giorni dall’ insediamento del neo presidente eletto Donald Trump (avvenuto il 20 gennaio). Cosa comporterà e quali ricadute avrà la nuova gestione a marchio repubblicano resta ancora un’incognita.
Per quanto riguarda il secondo obbiettivo della Rivoluzione confederale l’operazione Raqqa, denominata “Operazione Ira dell’Eufrate”, è partita nel novembre scorso. L’assedio della capitale Daesh con una manovra a tenaglia sta procedendo lentamente ma senza pause villaggio dopo villaggio. L’ultima postazione rilevante liberata è stata quella della cittadina e del castello di Jabar sul cosiddetto lago di Assad. Per quanto riguarda la Turchia non possiamo non ricordare la brutale repressione del popolo curdo nel Bakur e non solo e la sistematica soppressione di qualunque voce discordante nei confronti del capo di stato Erdogan. Sarebbe troppo riduttivo parlarne qui e per questo motivo rimandiamo ad un successivo apposito comunicato sull’argomento.
Mentre il coraggio ed il sacrificio delle Unità di Protezione del Popolo e delle Donne consolidano ed ampliano gli orizzonti della confederazione democratica della Siria del Nord, la società civile sta cambiando, rivoluzionando se stessa anche in tempo di guerra, grazie all’impegno portato avanti negli anni dalle compagne e dai compagni. Molta strada resta da percorrere ma il modello politico confederale, interetnico ed interreligioso, l’utilizzo non capitalistico delle risorse naturali e la Rivoluzione della donna, vera punta di diamante per recidere i lacci di una società patriarcale conservatrice di stampo tribale, rappresentano un patrimonio dell’umanità da difendere, se necessario, anche con le armi.
Ci siamo uniti a questa Rivoluzione in cammino per difendere e diffondere questi valori che crediamo universali.
Silav û rezen soresgeri.
A.I.T. -Antifascist Internationalist Tabur
Battaglione Antifascista Internazionalista”

giovedì 23 febbraio 2017

Lo sciopero generale del 23 febbraio 1965

23 Febbraio 1965: Sciopero generale delle fabbriche, gli operai bloccano la macchina produttiva italiana. Potrebbe sembrare uno sciopero come tanti che si sono susseguiti nel periodo degli anni '60 antecedenti al biennio 68-69 e del ciclo di lotte operaie che li ha caratterizzati, se non fosse che in questa giornata gli operai riuscirono a bloccare la maggior parte delle fabbriche, osteggiati e boicottati dal PCI e dai sindacati tutti.
Per meglio capirne le dinamiche si può prendere ad esempio il caso torinese, la città-fabbrica che in quegli anni trovava il 60% dei suoi lavoratori all'interno dell'industria. Tutta la vita della città e degli operai gravitava intorno alla fabbrica.
Il 1965 iniziò sotto il segno della mobilitazione e della lotta aperta da parte degli operai per spingere i sindacati a dichiarare sciopero generale per protestare contro le loro condizioni di lavoro e per ottenere maggiori diritti, ma anche per mettere in discussione l'intero sistema capitalista.
Per il 23, sotto la spinta delle assemblee operaie, della base del sindacato e degli operai tesserati al PCI, venne indetto lo sciopero generale, ma in realtà PCI e sindacati lo boicottano togliendosi di fatto dalla macchina organizzativa che avrebbe dovuto coadiuvare la mobilitazione generale.
La mattina dello sciopero, gli operai FIAT, Lancia e dell'indotto (ma anche di moltissimi stabilimenti della così detta «industria leggera») si trovano davanti alle fabbriche e si scontrano con il fatto che la CGIL e il PCI non avevano organizzato i picchetti, insieme ai lavoratori. Questo però non determinò un fallimento dello sciopero, che fu parimenti partecipato se non in pochi e particolari casi.
Molti volantini seguitisi allo sciopero del 23 accuseranno apertamente i sindacati di «tradimento» e di «tentativi liquidatori» nei confronti della mobilitazione. Ciò lo si evince anche dal numero di maggio dello stesso anno di Classe Operaia che scrive:
«...di “presa in giro” parlano gli edili: a Torino i sindacati non hanno anticipato il loro sciopero nazionale per paura che gli edili andassero a fare i picchetti davanti alla FIAT ai turni decisivi del mattino... Ma di presa in giro ed anche di tradimento sindacale parlano per un'ennesima volta anche gli operai della FIAT.» si legge anche che: « la cosa più importante del 23 febbraio è che gli operai della FIAT hanno dimostrato di volere la lotta aperta... L'esempio più chiaro è venuto dalla FIAT SPA, questi operai sono andati insieme a quelli della Lancia e della Nebiolo a fare picchetto alla Westinghaus ...».
Gli episodi di quella giornata portarono i lavoratori a chiedere ai sindacati un « vero» sciopero generale, ed amplificarono la crisi del PCI all'interno delle fabbriche. Quello del 23 febbraio è un esempio di come i partiti riformisti e i sindacati cercassero di scongiurare la mobilitazione di massa quando diventava per loro ingestibile all'interno dei binari della concertazione con i capitalisti ed entro i canoni istituzionali dello Stato.

sabato 18 febbraio 2017

Lo sgombero dell'Ateneo romano

Lo sgombero dell'Ateneo romano, effettuato ieri sera dalla polizia con pesanti cariche, chiarisce anche a tutta l'opinione pubblica, il vero significato del comizio di Lama e il perchè della contestazione nei suoi confronti di tutta la massa degli studenti occupanti. Il PCI ha tentato di mettersi un nuovo fiore all'occhiello nei confronti del potere, tentando esso, prima di lasciare mano libera alla polizia, di reprimere e soffocare il movimento di lotta.

LA CRONACA DEI FATTI
Questo è apparso chiaro fin dalle 7 di ieri mattina, quando circa 300 attivisti del servizio d'ordine del PCI hanno fatto il loro ingresso all'Università e si sono schierati in maniera tale da costringere con la forza gli studenti a passare dentro al corridoio obbligato che essi avevano determinato. Questo schieramento miliziano, che ben ci ricorda sistemi usati dai partiti antioperai al governo nei paesi dell'Est, si è incaricato inoltre di scorrazzare per tutto l'Ateneo insultando, provocando, aggredendo singoli studenti e piccoli gruppi di essi, inquisiti come "extraparlamentari". Quando è iniziato il comizio sindacale in questo clima di pesante intimidazione determinato dal PCI, gli studenti hanno gridato slogan che ironizzavano sulla politica dei sacrifici operai di cui Lama è paladino. Per tutta risposta il servizio d'ordine del PCI (che intanto aveva ingrossato la sua fila) ha cominciato a caricare gli studenti e le studentesse a colpi di spranga, con schiumogeni e con una fitta sassaiola a tiro radente (le ferite al volto e al capo di decine di studenti ne sono la prova inconfutabile). Ma non si sono limitati soltanto a questo e non hanno anzi risparmiato la mano pesante: uno studente occupante è stato gravemente accoltellato. Risultato finale: oltre 30 occupanti feriti in maniera grave o seria attualmente ricoverati al Policlinico.
LAMA DAI MICROFONI ANDAVA INTANTO RINCARANDO LA DOSE ED HA SUPERATO OGNI LIMITE DI PROVOCAZIONE CONTRO IL MOVIMENTO ARRINGANDOLO SPREZZANTEMENTE: "ma che cosa volete voi studenti, per cosa lottate, ancora non avete capito che la società è un numero chiuso, che la selezione è nella società e va accettata per quello che è...". A QUESTO PUNTO E DOPO TUTTE LE BESTIALITÀ SUBITE, IL MOVIMENTO NON NE HA POTUTO PIU', E CON MOTO SPONTANEO, ISTANTANEO, UNICO DI TUTTA LA MASSA DEGLI STUDENTI, HA POSTO FINE ALLE PROVOCAZIONI ORATORIE DI LAMA ED HA RICACCIATO FUORI DALLE MURE UNIVERSITARIE I SUOI PICCHIATORI.
È totalmente e consapevolmente falsa la vergognosa contrapposizione che la stampa e la RAI-TV stanno cercando di montare, parlando di aggressione contro i lavoratori da parte degli studenti. Nessuna contrapposizione di questo tipo c'è stata ieri, né un movimento rivoluzionario avrà mai interesse a crearlo. CONTRAPPORSI E CONTESTARE QUELLE CENTRALI POLITICHE E SINDACALI CHE DA TEMPO STANNO CONTRATTANDO CON I PADRONI LE CONDIZIONI POLITICHE E DI VITA DEI PROLETARI, E' UN DIRITTO CHE RIVENDICHIAMO ED INDICHIAMO A TUTTO IL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO E DI MASSA. La realtà è invece che ieri i lavoratori e i Consigli di fabbrica sono stati fatti strumentalmente affluire all'Università per fare massa di manovra al PCI che voleva contrapporli ad un movimento di lotta che sta gettando tutto il suo peso a favore della classe operaia, contro il governo Andreotti e le sue misure repressive.
NUMEROSI DI QUESTI LAVORATORI E DELEGATI HANNO PRESO LA PAROLA DURANTE LA SUCCESSIVA ASSEMBLEA DEGLI STUDENTI SUL PIAZZALE DELLA MINERVA, ED HANNO, ALCUNI, DURAMENTE CRITICATO, ALTRI, QUANTO MENO MESSO IN DUBBIO IL PESANTE OPERATO DEL PCI. PER QUESTO, QUALSIASI ALTRO TIPO DI STRUMENTALIZZAZIONE, COME EVENTUALI CONVOCAZIONI DI SCIOPERI, CHE A QUESTO PUNTO AVREBBERO UN ODIOSO CARATTERE FORCAIOLO NEI CONFRONTI DEL MOVIMENTO, VA NETTAMENTE BATTUTO E RESPINTO CON UN APPROFONDITO ED APERTO DIBATTITO TRA I LAVORATORI. GLI SCIOPERI CHE I LAVORATORI HANNO GIA' DA TEMPO CHIESTO DI VOLERE FARE SONO QUELLI CONTRO I PADRONI E PER SPAZZARE VIA IL GOVERNO ANDREOTTI, SOSTENUTO DALLE ASTENSIONI DI PCI E SINDACATO.
La mobilitazione di massa all'Università continua nonostante lo sgombero di ieri sera, che, con una logica precisa, chiude il cerchio repressivo che fin dalla mattina si voleva attuare con il comizio di Lama e che è stato ordinato dal rettore Ruberti, neoeletto con i voti del PCI.
Le organizzazioni sindacali e il PCI hanno ormai accettato il gioco delle istituzioni e sono il tramite attraverso cui fare accettare alla classe operaia la riduzione del costo del lavoro e la logica dei sacrifici. Essi sono responsabili, con il padronato, del tentativo di smantellare le conquiste operaie di questi anni in materia di ritmi, carichi di lavoro, turni, rigidità degli spostamenti, rifiuto del cottimo e degli straordinari, ecc. In questo modo il grande capitale ottiene un duplice obbiettivo:
a) attacca le due gambe su cui è marciato il salario operaio in questi anni: la scala mobile e la contrattazione aziendale
b) tenta di ricostruire i livelli di sfruttamento di prima dell'autunno caldo
OGGI PERO' LA COLLABORAZIONE DEL SINDACATO E DEL PCI ALLA POLITICA DI SFRUTTAMENTO DEI PADRONI HA FATTO UN SALTO IN AVANTI! Essi si sono fatti carico di smantellare il grosso movimento di studenti, di precari, di disoccupati, di giovani che occupano l'Università contro la riforma Malfatti, contro la DISOCCUPAZIONE manuale e intellettuale. GIOVEDI' 17 qualche centinaio di picchiatori del PCI e del Sindacato con la scusa del comizio di Lama all'Università hanno attaccato con spranghe, pietre ed estintori, le migliaia di studenti che si erano mobilitati. Respinti dagli studenti fuori dall'Università sono stati sostituiti dai picchiatori di Stato, cioè la POLIZIA. Infatti, la sera stessa la polizia ha attaccato in forze con i bulldozer gli studenti che occupavano l'Ateneo. La provocazione dei REVISIONISTI e della POLIZIA si è così conclusa. Ma il movimento ha dimostrato di essere forte e saprà far chiarezza e ributtare indietro POLIZIOTTI VECCHI E NUOVI.

ASSEMBLEA OCCUPANTE ATENEO
COORDINAMENTO AUTONOMO STUDENTI

Ateneo ROMA Cicl. in proprio 1977

venerdì 17 febbraio 2017

La cacciata di Lama dall’università: testimonianza

Ci scrive un compagno del movimento:

“Della giornata in cui Lama fu cacciato dall’università io ho un ricordo molto brutto. Mi é rimasta nella mente un’immagine: un compagno del movimento che durante il fuggi-fuggi del servizio d’ordine del PCI aveva in mano un martello e ha cominciato a rincorrere uno di quelli del servizio d’ordine del PCI, poi si é fermato, é tornato indietro, si é messo a piangere e si é abbracciato con dei compagni. É stato un momento di psicosi collettiva. Era la prima volta che c’era stato uno scontro così duro, che non era stato solo uno scontro ideologico, ma uno scontro fisico pesante.
Effettivamente da parte del PCI c’era stata una provocazione esplicita. Non ci sono dubbi sul fatto che voleva a tutti i costi ristabilire l’ordine nell’università, non fosse altro per il fatto che era venuto lí con un servizio d’ordine molto ben strutturato e pronto sia psicologicamente che fisicamente a affrontare una situazione di scontro. Credo che tutti i compagni l’abbiano vissuta male quella giornata. Il servizio d’ordine del PCI aveva una chiara volontà di scontro, c’erano alcuni di loro che hanno subito cominciato a provocare pesantemente. Praticamente ci siamo trovati schierati su due fronti. Loro erano entrati in forze già la mattina presto e si sono messi dalla parte sinistra, dove sta giurisprudenza, mentre i compagni stavano di fronte, dall’altra parte.
Finché c’erano questi schieramenti divisi e finché Lama ha cominciato a parlare non é successo niente di grave. C’era solo una contestazione verbale molto forte da parte dei compagni del movimento, soprattutto da parte degli indiani metropolitani. Dopo c’é stata una risposta molto violenta da parte del servizio d’ordine del PCI, che ha cominciato a farsi avanti facendo provocazioni piuttosto evidenti.
Io sono sicuro che c’era qualche caso di padre e figlio che stavano uno da una parte e l’altro dall’altra, schierati sui fronti diverse. Quello che é successo lo puoi leggere anche in chiave di scontro generazionale, di culture diverse che arrivavano allo scontro, e c’é di mezzo anche un fatto umano pesante. Erano dei contrasti che poi magari avevi anche a casa tua con tuo padre. Insomma finalmente eri arrivato a prenderti a schiaffi con tuo padre, finalmente e però anche drammaticamente.
L’impatto psicologico é stato fortissimo, non si trattava di un semplice scontro di linee politiche differenti, dietro c’erano dei problemi molto più grossi, come per esempio la figura del PCI che é la figura del padre dell’ideologia che ti dovrebbe coprire e che invece ti tradisce.
Erano anni che ti stava tradendo, ti ha tradito con la legge Reale, poi ti ha tradito con progetti politici assurdi, che non poteva mai e poi mai condividere: il governo delle astensioni, la filosofia dell’austerità e dei sacrifici, il compromesso storico in una parola, e non é che queste cose poi non avessero dei risvolti pratici.
Poi c’é Lama che arriva lì all’università con il suo megafono, anzi megamegafono, con il suo impianto di amplificazione assordante e comincia a parlare in questa roba roboante, con una potenza tale di suono, di frastuono che nessuno, anche se avesse voluto, avrebbe potuto ascoltare quello che stava dicendo.
Il movimento in quel mese non si era sviluppato su un messaggio unidirezionale, ma su una rete di cento comunicazioni diverse, che erano i cento linguaggi diversi, che erano i cento messaggi diversi incrociati tra di loro, come per esempio le scritte sui muri dell’università, che loro del PCI hanno cancellato con prepotenza. All’università, durante l’occupazione nessuno voleva affermare la sua volontà sugli altri, perché tutti si confrontavano non solo nelle assemblee ma anche facendo scritte di tutti i tipi e nessuno diceva io qui sono egemone, anzi la prima cosa che ha fatto il movimento é stata quella di affermare con molta chiarezza e determinazione che non si volevano partiti guida o tentativi di egemonia da parte di nessuno, né singolo né gruppo.
Invece Lama viene lí e quello che fa é dire: io vengo qui, prendo un megafono grande cosi e faccio il mio discorso che é un discorso che deve coprire, che deve annullare tutti gli altri discorsi, perché lui non é venuto lí a confrontarsi col movimento, é venuto lí a imporsi. Ecco, questo é stato subito chiaro a tutti i compagni del movimento, questo tutti quanti i compagni lo hanno vissuto subito come un atto autoritario, illegittimo, prepotente, violento, in linea con tutto quello che il PCI aveva già detto e fatto fino a quel momento nei confronti del movimento.
Non hanno voluto assolutamente che ci fosse il confronto, infatti non hanno accettato che i compagni del movimento potessero intervenire dopo il comizio di Lama, non hanno accettato nemmeno questa minima condizione. Lama é venuto lí dicendo: parlo io e basta. Volevano, con quello che facevano, costringere quelli che stavano lí a seguire un comportamento, una cultura che non avevano piú nessuna logica.
Ricordo che Lama a un certo punto del suo comizio disse una cosa tipo “gli operai nel ‘43 hanno salvato le fabbriche dai tedeschi e voi adesso dovete salvare le università perché sono le vostre fabbriche”. É chiaro che quello che diceva non c’entrava niente con quello che succedeva.
Allora io ho pensato, tutti hanno pensato, ma perché tu devi venire qua e devi dirci queste cose che con noi, che con questo movimento non c’entrano più niente? Perché la verità é che tu non capisci più niente e pretendi di pormi l’ultimatum: o sei con me o sei contro di me.
Quella mattina io ero arrivato all’università molto presto e c’erano già lì quelli del servizio d’ordine del PCI e del sindacato con i cartellini rossi appuntati sul bavero della giacca che stavano cancellando le scritte che avevamo fatto sui muri esterni delle facoltà. C’erano degli uomini in tuta con dei pennelli e dei secchi di vernice bianca che coprivano le scritte. Lavoravano a squadre, c’era un silenzio allucinante.
Quello che ho immediatamente realizzato é stato che quello che copriva le scritte era uno che mi rompeva i coglioni. Su Lama, sul ’77 poteva succedere di tutto, io la pensavo in un modo, altri in altri modi ma non tolleravo uno che mi rompeva i coglioni, uno che di prepotenza veniva lí e cancellava le scritte, anche se su quelle scritte io magari non ero d’accordo. Il fatto é che in quella cosa, in quello che stava facendo, lui non era diverso dal primo poliziotto che ti capita di incontrare. Quello che stava facendo cancellando le scritte era un atto di violenza incredibile. E poi quelli li identificavi subito come gente che con l’occupazione non c’entravano niente, potevano essere tuo padre, era proprio tuo padre che veniva lì a riportare l’ordine, i papà con le panze. C’era una scritta che diceva: “I Lama stanno nel Tibet” e uno di questi del PCI gridava incazzato: ma che cosa vuol dire? ma questi che cosa vogliono dire? Allora un compagno del movimento che era lì gli ha detto: vuol dire tutto e vuol dire niente, vai a chiederlo a chi l’ha scritto invece di cancellare senza neanche sapere perché, ma tu perché cancelli? ma chi sei?
Quelli del servizio d’ordine del PCI li vedevamo come persone adulte, come persone grosse, manovali, edili, gente che non c’entrava un cazzo. Mi ricordo che molti avevano gli impermeabili scuri e gli ombrelli, e mi ha colpito il fatto che nessuno di noi aveva gli ombrelli anche se piovigginava. L’ombrello era come la pipa. Li sentivi estranei, non c’era niente da fare. Quando sono scoppiati gli scontri ho visto lì in mezzo teste spaccate. Ma prima già questi del PCI dicevano: “sti figli di mignotta, in Siberia li dobbiamo mandare”. Uno di questi io lo conoscevo, allora gli ho detto: ma abitiamo a cento metri, ma dove vuoi mandarmi?
Il palco di Lama era montato su un camion parcheggiato nel piazzale. In prima fila, di fronte al servizio d’ordine del PCI, ci sono gli indiani metropolitani che hanno innalzato su una scaletta un palchetto tipo carroccio con un fantoccio in polistirolo e dei cartelli a forma di cuore con su scritto: “Vogliamo parlare” e “Lama o non Lama, non Lama nessuno”. Hanno visi dipinti, asce di gomma, stelle filanti, coriandoli, palloncini e qualche busta d’acqua che gettano sui componenti del servizio d’ordine del PCI scandendo slogan ironici: “Sa-cri-fi-ci-sa-cri-fi-ci”, “Più lavoro, meno salario”, “Il capitalismo non ha nazione, l’internazionalismo é la produzione”, “Più baracche, meno case”, . “É ora, é ora, miseria a chi lavora”, “Potere padronale”, “Ti prego Lama non andare via, vogliamo ancora tanta polizia”,. A un certo punto da sotto il carroccio degli indiani metropolitani si é vista alzarsi una nuvola bianca, era stato uno del servizio d’ordine del Pci che aveva azionato un estintore, ho visto la nuvola bianca che si alzava sopra le teste intorno al palco che ha cominciato a ondeggiare, un ondeggiare continuo, confuso, poi gente che scappava da tutte le parti. Il servizio d’ordine del PCI é venuto avanti picchiando, volavano delle cose, sono cominciati a volare sassi, pezzi di legno. Di slancio quelli del PCI sono venuti avanti caricando fino alla fine della fontana.
Ho visto i primi compagni del movimento che venivano portati via per le gambe e per le braccia, con le teste rotte, con le facce insanguinate.
É stato scioccante per tutti vedere quei compagni conciati così, e quando il servizio d’ordine del Pci é tornato indietro verso il palco c’é stata la controcarica dei compagni del movimento che si erano armati con quello che avevano trovato lì sul momento.
C’é stato il contrattacco, eravamo davvero incazzati, c’era la nostra gente con la testa spaccata. Il camion su cui stava Lama é stato capovolto, distrutto. In quel momento c’é stata la sensazione che qualcosa si era rotto, poteva essere la testa delle persone che conoscevi, io avevo la fidanzata che era della FGCI e in quel momento ho capito che si rompeva anche qualcosa che riguardava i miei affetti. Quello che stava succedendo in quel momento era chiaro: il sindacato e il PCI ti venivano addosso come la polizia, come i fascisti. In quel momento era chiaro che c’era una rottura insanabile tra noi e loro. Era chiaro che da quel momento quelli del PCI non avrebbero più avuto diritto di parola dentro il movimento.
Avevano cercato, avevano voluto lo scontro per giustificare la teoria secondo la quale col movimento non si poteva dialogare. Quel giorno per loro vincere o perdere era la stessa cosa, non avevano più niente da perdere perché ormai l’università occupata l’avevano già persa, l’università era ormai un fortino del movimento che loro dovevano espugnare in qualsiasi modo, ogni modo di “liberarlo” per loro era buono.
Dovevano salvarsi la faccia rispetto alle istituzioni democratiche affermando che noi non solo non eravamo loro figli legittimi, ma addirittura eravamo dei fascisti. Dovevano ribadire la loro capacità di gestire la situazione e che loro erano il partito della classe operaia e dei proletari, gli unici garanti e mediatori, gli unici rappresentanti ufficiali in ogni conflitto. La loro logica era: se scoppia un casino lo gestisco io sennò é merda.”

Un compagno del Movimento

giovedì 16 febbraio 2017

17 febbraio 1977: Lama cacciato dalla Sapienza

È il 17 febbraio 1977, il giorno scelto da PCI e sindacato per dare una sferzata che lasci il segno a quel movimento di estremisti che ha occupato la Sapienza di Roma.
Hanno deciso che il segretario della CGIL, Luciano Lama, andrà a parlare in università. Dalle 6 del mattino tra servizi d'ordine di FGCI, PCI e vari funzionari sono quasi in duemila; tutti in permesso sindacale per andare a difendere il loro segretario. Bloccano le entrate per non far passare nessuno, e cominciano a cancellare le scritte dai muri. Lama, protetto dai poliziotti di partito, inizia a parlare da un furgone, amplificato da un impianto a 20.000 watt. Assordante, e che non permette replica.
Perché questa scelta? Perché gridare in università che il movimento è composto di fascisti, e sbandierare il vessillo "della politica dei sacrifici" nella casa del "tutto e subito"? Diverse sono le interpretazioni. Chi del PCI ricorda quell'evento, parla di una leggerezza politica, di un errore di analisi, di non aver compreso che in università non c'erano piccoli gruppi autonomi, ma un movimento che già allora avrebbe salvato ben poco dell'esperienza pcista. Ma forse è più saggio pensare che all'interno della dirigenza si volesse cauterizzare quella ferita che il movimento aveva aperto nella base sociale del partito, sospingendo "quelli del '77" su posizioni radicali che ne limitassero il contagio.
Ben prima di quel giorno si era cercato ghettizzare, isolare e rinchiudere il movimento in università; poi di presentare il PCI come il solo portatore reale dell'interesse di classe, e quindi l'unico legittimato a rappresentarla; dopo la cacciata di Lama si decide che nel movimento ci sono i buoni e gli autonomi.
La mattina del 17 febbraio, studenti e lavoratori dei collettivi fronteggiano il servizio d'ordine di Lama. L'aria è tesa, scandita dal coro "sa-cri-fi-ci!" degli indiani metropolitani, che hanno issato un fantoccio del segretario della CGIL con scritto "nessuno lama". E poi succede, anche se nessuno nell'assemblea del giorno prima se lo sarebbe potuto aspettare.
"Ci fu uno sciocco servitore del servizio d'ordine del PCI [...] che brandiva un estintore enorme e stupidamente cominciò a scaricarlo sugli studenti... Quello fu il segnale per mandarli affanculo definitivamente." (V. Miliucci in un'intervista a C. Del Bello).
Succede che Lama è costretto a correre giù dal furgone e darsela a gambe, incalzato dall'attacco dei compagni. C'è chi se lo ricorda sconvolto e sudato, preoccupato di venire catturato dagli autonomi.
Il capo delle "giubbe blu", del legittimo e regolare esercito di classe, messo in fuga dagli "indiani", dai dissidenti, dalla classe.


Ed ero già vecchio quando vicino a Roma a Little Big Horn,
Capelli Corti generale ci parlò all'università,
dei fratelli "tute blu" che seppellirono le asce.
Ma non fumammo con lui, non era venuto in pace.
E a un dio "fatti il culo" non credere mai.

(da Coda di lupo - Fabrizio De Andrè)


Ore 7.   Suona la sveglia. Il calendario segna giovedì 17 Febbraio 1977, l’agenda rossa del movimento, quello dei sindacati e del PCI coincidono: identico luogo, stessa data, medesimo appuntamento. Alle ore 10 è previsto un comizio di Luciano Lama, segretario generale della Cgil. L’università è occupata per la protesta degli studenti contro la Riforma Malfatti. Étempo di crisi petrolifere e sacrifici per i lavoratori, è tempo di disoccupazione giovanile, è tempo di astensione e compromessi storici.
Ore 8.   Il cielo è grigio, pioggia probabile. Keeway e ombrelli. Siamo nel Piazzale della Minerva, luogo e simbolo della sapienza. Il servizio d’ordine della CGIL e del PCI sta coprendo con la vernice alcune scritte: “Provocatori sono PCI e il sindacato che pieni di paura…invocano lo stato”; “I Lama stanno in Tibet”. Le firme sono di “Autonomia Operaia”, l’ala dura del movimento, e degli “Indiani Metropolitani”, l’ala creativa e irriverente del movimento. Gli indiani osservano, hanno meditato una contestazione ironica, goliardica in un primo momento, pronta a mutare con il crescere della contestazione. Alcuni indiani spingono una scala da biblioteca, di quelle con ruote, palchetto e ringhiera, sopra c’è un fantoccio in polistirolo di Luciano Lama. Attaccati al fantoccio, tanti cuori e palloncini con scritto “L’ama non Lama” oppure “Non Lama nessuno”. I sindacalisti ridono bonariamente, come dei genitori verso i figli goliardici ma qualche comunista ortodosso reputa la provocazione inammissibile.
Ore 9.   Dietro il fantoccio si accalcano i movimenti in aperta contestazione mentre il servizio d’ordine del PCI stende un cordone che perimetra la piazza. Qualcuno intona Guantanamera: “Fatte ‘na pera, Luciano fatte ‘na pera”. Si oltrepassa il limite, la “pera” è gergalmente riferita all’eroina di gran moda in quegli anni, la moda distruttiva che si rivelerà letale per la piazza e quella generazione. Fino ad ora, la contrapposizione politica si è limitata allo scontro verbale.
Ore 10.   Luciano Lama puntuale non manca all’appello, vuole dimostrare che nonostante il compromesso storico e i sacrifici imposti dalla crisi, i giovani e i movimenti sono con loro, studenti e lavoratori ancora insieme come da un decennio a questa parte. Circondato da operai in tuta blu, con passo svelto e guardingo procede verso il palco, la strada per raggiungere il centro della piazza l’ha fatta respirando l’aria intorno. Non mancano i fischi, gli slogan ironici e violenti, non è più il ’68, l’accoglienza è diversa rispetto al passato, ma Luciano Lama ha fegato, nonostante la situazione, non si tira indietro e svelto sale sul palco.
“Il Corriere della Sera ha scritto che saremo venuti qui con i carri armati, si è sbagliato, noi siamo qui…”. Lama, orgoglioso della scelta, parlerà poco più di venti minuti, ma nessuno lo ascolta. Il palco è l’arena, il pubblico è protagonista, Lama diventa una comparsa quasi spettatore, ai suoi piedi, c’è lo spettacolo. Gli Indiani fanno piovere palloncini pieni di vernice sul pubblico, la furia non è più del solo servizio d’ordine, ma dei tanti che erano lì per ascoltare il comizio. Volano fra le due parti pugni, schiaffi, calci, perfino scontri fisici uno contro uno. La scala con il fantoccio di Lama si muove, viene utilizzata come ariete per sfondare il servizio d’ordine ma uno dei capi del servizio d’ordine del PCI usa un estintore contro i collettivi. Si alza una nube bianca, l’aria è fitta e non si vede più nulla, si sentono le grida e le botte: la rissa selvaggia continua.
Ore 10:30.   Lama ha concluso il suo discorso, qualcuno sbrigativo sale sul palco per dire che la manifestazione è sciolta, che non si accettano provocazioni. Qualcuno grida basta, che fra i compagni non ci si picchia, intanto, una carica violentissima ha spazzato via il servizio d’ordine, si è diretta contro il camioncino del sindacato e l’ha capovolto e distrutto. Il camioncino era un Dodge rosso americano che dalla fine della guerra era presente in tutte le feste di liberazione, Feste dell’Unità, ogni primo maggio a San Giovanni. Quel camioncino era il simbolo di 25 anni di lotte del partito, del sindacato e un tempo del movimento. La rabbia cresce e gli studenti militanti del PCI prendono le spranghe di ferro, le mazze di legno, affrontano il movimento, lo scontro è violento, le armi sono anche le più improbabili: chiavi inglesi, pezzi di asfalto, bottiglie spaccate. Una catastrofe. Non doveva andare così. Troppe teste rotte.
Sono ore di follia. La Facoltà di Lettere e Filosofia straripa di infortunati, i militanti del PCI sono trasportati al Policlinico. In giornata la cittadella universitaria viene sgomberata e lo scontro prosegue in serata nelle strade di San Lorenzo con alcuni focolai di guerriglia.
Si potrebbero ipotizzare diverse cause – comunque semplificative e non esaurienti – in merito alla frattura fra CGIL-PCI e i movimenti: dalla riduzione del peso politico acquisito a partire dall’autunno caldo dal sindacato, la rinuncia al conflitto e l’adesione a uno scambio politico oppure il compromesso storico. D’altra parte la frattura non va rinchiusa nelle singole scelte partitiche-sindacali ma ricondotta anche a quei mutamenti rigeneranti del movimento, ben diverso dal ’68, che ha posto una serie di contraddizioni interne alla sinistra di massa e a quella extraparlamentare.

lunedì 13 febbraio 2017

La prima rapina di Jesse James

È il 13 febbraio 1866 quando Jesse James, insieme con la sua banda, rapina la prima banca, iniziando così una carriera da fuorilegge che farà storia.
Jesse Woodson James nasce il 5 settembre 1947 da un predicatore battista nello stato schiavista del Missouri. Poco più che adolescente Jesse si arruola raggiungendo il fratello maggiore Frank nelle file sudiste durante la Guerra di Secessione, che ha ormai raggiunto una crudezza raccapricciante, una vera e propria guerra civile, che vede scontri durissimi tra i "bushwackers", guerriglieri sudisti, e le forze unioniste.
Jesse ha deciso di arruolarsi in seguito ad un episodio che aveva visto i soldati del nord torturare per ore il nuovo marito della madre, il dottor Samuels, impiccandolo ad un gelso e allentando la presa un attimo prima di ucciderlo, per farsi dire dove si nascondessero le forze sudiste. Jesse, costretto a presenziare ai soprusi subiti dalla famiglia, e anch'egli frustrato, si unisce alla banda guerrigliera di Quantrill che opera contro l'Unione.
Quando riemerge dalla guerra, è già virtualmente un bandito. Ma non diventerà un fuorilegge qualsiasi: avrà sempre la tentazione di proporsi come una sorta di Robin Hood, un uomo «cavalleresco, poetico, superbo» che combatte con la pistola contro l' ingiustizia che lo ha coinvolto, mettendolo fuori dalla società legale, per realizzare una vendetta che molti altri suoi compatrioti sognano.
Numerosissime le rapine alle banche ed ai treni che la banda di Jesse James compirà; una delle più famose è sicuramente l'assalto di un treno a Gads Hill, nel Missouri: la banda assalta il treno e svaligia i passeggeri, ma il capo, un uomo alto ed elegante, dichiara di "non voler derubare donne e lavoratori, solo facoltosi gentlemen."
E mantiene la parola: restituisce il portafoglio a un prete chiedendogli di «pregare per le nostre anime», e l' orologio d' oro al capotreno «perché guadagnato con la fatica e il sudore».
Jesse James verrà ucciso il 3 aprile 1882 nella sua casa a St.Joseph, tradito da un nuovo membro della sua banda, Robert Ford.
La sua storia è già leggenda, e la sua figura già un mito: al suo funerale, tre giorni dopo, accorreranno duemila persone.

sabato 11 febbraio 2017

La lotta degli studenti di Bologna!

Quando la pazienza nella cura del metodo antagonista semina i territori di pratiche di insubordinazione, i fiori del conflitto possono gemmare anche d'inverno. Gli scontri e le barricate che ieri per ore hanno attraversato la zona universitaria bolognese sono infatti il prodotto di una microfisica delle lotte dentro e contro l'università-azienda disegnata dalla riforma Gelmini che per mesi e anni, con tenacia e determinazione, hanno inscritto il proprio segno di contrapposizione alla normalizzazione dell'università. La lotta autunnale sulla mensa, la politicizzazione della produzione del sapere con le contestazioni ai baroni di guerra, l'agire sulla dimensione del welfare giovanile, sono altrettanti nodi di una rete antagonista che ieri ha saputo difendersi e contrattaccare.
Quando erompe lo scontro, dai frammenti raccolti sul terreno è possibile cogliere alcune verità più generali. Le giornate di lotta che hanno caratterizzato la zona universitaria bolognese in questo inizio 2017 consentono infatti di leggere in controluce alcuni elementi. In primo luogo, quello che la celere ieri ha attaccato, entrando nella biblioteca di via Zamboni 36, è una chiara istanza di potere agita all'interno dell'università neoliberale. Quando le trame della governante non riescono a ingabbiare una soggettività autonoma collettiva che agita come corpo sociale una decisione, per le istituzioni non rimane che l'intervento militare. Forza contro forza. Lo sgombero e la chiusura della biblioteca del 36 volevano mettere paura ed estirpare un focolaio di alterità e conflitto. Ma se nella testa di qualche questurino (e sicuramente anche di qualche pacato accademico) si voleva fare, in piccolo, una Diaz in salsa bolognese, l'immediata resistenza degli studenti ha cambiato le carte in tavola. Mentre la polizia sequestrava di fatto libri e computer (altro che garantire il diritto allo studio!), le sedie che volavano dentro la biblioteca iniziavano a definire il profilo di una autodifesa collettiva.
Un secondo punto. La battaglia di ieri nasce su un nodo simbolico e maledettamente concreto. L'università aveva infatti installato dei tornelli all'ingresso della biblioteca di via Zamboni. Un caso certo particolare, ma inquadrabile all'interno della complessiva tendenza a moltiplicare i confini fuori dai perimetri nazionali così come all'interno di ogni spazio metropolitano. Per le pratiche di territorializzazione antagonista l'abbattimento di questo confine interno è stato elemento di coagulo di una soggettività di rottura che ci parla di visioni del mondo sempre più contrapposte tra governati e governanti e di una contesa che si estende sino alla definizione delle geografie del quotidiano.
Terzo punto. Proprio nei giorni in cui le parole lasciate nella lettera di Michele echeggiano nelle nostre teste, ecco materializzarsi ancora una volta l'odio che chi ci comanda dimostra per la nostra generazione. Laddove si apre uno spazio di libertà e autonomia, questo deve essere schiacciato. Ma l'odio dall'alto, torna anche indietro. L'assedio alla biblioteca occupata militarmente dalla polizia, i vari attacchi portati alla celere da parte degli studenti dopo l'irruzione al 36, le barricate che avanzano, indicano infatti uno spazio del possibile senza il quale tutti e tutte soffocheremmo.
L'energia politica che è esplosa contro il violento attacco della questura bolognese alle lotte studentesche conferma ancora una volta come sempre più tutte le città siano oggi parte di un unico sistema-mondo. Chi comanda vuole costruire ovunque uno spazio per la circolazione di merci e capitali senza nessun attrito, costruendo i propri confini e le proprie barriere. A chi sta in basso il compito della quotidiana resistenza, della sedimentazione di contropotere, della rottura dei confini, del far circolare pratiche di liberazione.
Il segnale di ingovernabilità tracciato oggi sulle strade della zona universitaria bolognese è un monito e al contempo una promessa. Mentre per ora le istituzioni tacciano, l'unico ad abbaiare è Matteo Salvini, che dopo esser stato ripetutamente cacciato da Bologna lo scorso anno ormai può solo affidarsi a Twitter. Contro di lui e contro il PD, contro chi ogni giorno prova a schiacciarci, che le giornate di conflitto che stanno caratterizzando l'Emilia in queste settimane non siano altro che un nuovo inizio...
Riprendendo uno slogan che echeggiava ieri dalle banlieue parigine a via Zamboni:
Tout le monde déteste la police!


venerdì 10 febbraio 2017

L’uomo che si diede al mondo


… quegli che dopo Rabelais aveva proclamato l'audace formula, morale: fa quello che vuoi! fu proprio l'uomo che più interamente si diede al mondo, a tutto il mondo; che meno appartenne a sé stesso; che fu il meno egoista di tutti gli umani; che si è dato anima e corpo agli altri colla stessa abnegazione con cui si era-assorbito nella natura; che volle in realtà quel che tutto il mondo voleva: un po’ più di amore, un po’ più di libertà, un po’ più di eguaglianza, un po' più di fratellanza, un po' più di felicità; e tutto questo volle nella misura della sua volontà, nella misura delle sue forze che furono, come quella, enormi per quanto fondate unicamente sulla persuasione....

Elisee Reclus

mercoledì 8 febbraio 2017

Lotta dura contro le riforme

Da un comunicato del Comitato di lotta contro le riforme (8 febbraio 1977)

Lotta dura contro le riforme

La lotta nata in questi giorni all'Università ha le caratteristiche di una "rivolta" alla repressione e alla emarginazione che gli studenti hanno subito per anni. All'interno delle assemblee, nonostante la mancanza di obiettivi immediatamente qualificanti, è uscita chiara una prima discriminante: quella contro la burocrazia del PCI e del sindacato e la loro volontà di riaccreditare questa istituzione così com'è, usando qualsiasi mezzo, dalle calunnie più spudorate all'appoggio aperto alla repressione poliziesca. La presenza degli opportunisti (AO e PDUP) si è espressa solo nei tentativi di recuperare e mistificare le cosiddette posizioni dei cosiddetti "compagni" del PCI tentando di farli apparire come interlocutori validi, nonostante costoro si siano rivelati fino in fondo come i boia del movimento. L'attacco che viene portato al movimento attraverso proposte di riforma (PCI, Sindacato, Malfatti) tenta di ristabilire un controllo su un settore dove le contraddizioni (disoccupazione, sottoccupazione, sottomissione ai baroni) diventano sempre più esplosive con l'aggravarsi della crisi.

E' NECESSARIO DARE A QUESTO ATTACCO UNA RISPOSTA COMPLESSIVA SIA ALL'INTERNO CHE ALL'ESTERNO DELL'UNIVERSITA', QUALIFICARE LA GIUSTA INCAZZATURA DI QUESTI GIORNI ELABORANDO GLI OBIETTIVI DI LOTTA CHE LEGHINO I LAVORATORI E GLI STUDENTI UNIVERSITARI ALLE SITUAZIONI DI LOTTA ESTERNE, DALLA FABBRICA AL QUARTIERE ALLA SCUOLA SUPERIORE.

Infatti i progetti di razionalizzazione passano nella scuola media prima che all'Università. La settorializzazione dei campi di studio è ridicola perchè non corrisponde affatto ad una qualificazione differenziale richiesta dal mercato del lavoro, ma sempre meglio a dividere ed espellere gli studenti.

OGGI MARTEDI' ALLE ORE 10 NELL'ISTITUTO DI MATEMATICA, OCCUPATO PROPRIO PERCHÈ COSTITUISCA SEDE DI CONFRONTO TRA LE VARIE SITUAZIONI DI LOTTA, SI TERRA' UN'ASSEMBLEA DI STUDENTI E LAVORATORI.

OCCUPAZIONE DELL'UNIVERSITA' FINO AL RITIRO DI TUTTI I PROGETTI DI RIFORMA.

CACCIATA DEL COMMISSARIATO DI POLIZIA PER LA TOTALE AGIBILITA' POLITICA.


COMITATO DI LOTTA CONTRO LE RIFORME.

martedì 7 febbraio 2017

Le radici dell’anarchia

Lao-tse
Le radici dell'anarchismo e il bisogno di libertà affondano nell'origine stessa dell'umanità. Sin dal paleolitico gli esseri umani hanno cercato di mettere in piedi organizzazioni sociali di tipo libertario, l'autorità e la gerarchia storicamente hanno potuto imporsi solo con l'indottrinamento, la falsificazione storica e la violenza della repressione. Poiché il movimento anarchico organizzato nasce nel XIX secolo, si suole catalogare tutti i fatti libertari ad esso precedenti nell'ambito dei precursori dell'anarchismo.
In ogni tempo vi sono stati individui e correnti di pensiero e d'azione, che negarono le leggi scritte, affermarono che ciascuno deve governarsi secondo la propria coscienza, e cercarono di fondare una nuova società, basata su principi di uguaglianza e di libertà. Troviamo impronte dell'idea anarchica nel filosofo cinese Lao-tse, che visse nel sesto secolo a. C.; questo il suo pensiero era questo: «Giacché solo la natura esiste, ciò che viene da essa è buono, ed il bene consiste nel vivere senza passioni complicate, senza leggi pervertenti, senza vane guerre. Per ristabilire la pace, la virtù, la felicità, è necessario sopprimere la proprietà; è necessario demolire l'autorità, ed impedire ad essa anche di fare del bene».
Diogene di Sinope 
Tracce profonde d'anarchismo si ritrovano fra alcuni dei più antichi filosofi greci. Atene ha visto apparire sulle sue piazze degli uomini scalzi e sdegnosi, declamanti (simili a profeti) contro la corruzione dei costumi, l'oblio delle leggi della natura, l'amore sfrenato del lusso, le spregevoli passioni per la ricchezza. Antìstene, drappeggiato in un logoro mantello, errante di piazza in piazza ad infiammare le genti con la sua irresistibile eloquenza, a gettare strali infuocati contro i costumi, le credenze, gli usi, i pregiudizi, e le leggi, fu il fondatore della scuola cinica, attorno alla quale si riunirono i più profondi pensatori dell'antichità, che proclamavano l'uguaglianza delle condizioni umane, la solidarietà delle razze e la abolizione della schiavitù, In un'epoca, e in paesi, in cui il pregiudizio della città o della nazione era così potente, che i più grandi spiriti ne subivano il giogo, essi osarono gloriarsi d'essere senza patria, o più esattamente, d'avere per patria la terra intera, e tutti gli uomini per concittadini.
Il filosofo greco Diogene di Sinope fu il primo a dire: «Sono cittadino del mondo intero!»
Lo storico greco Zenone propugnava la libera comunità senza governo, e l'opponeva all'utopia governativa: la repubblica di Platone. Egli prevedeva un tempo in cui gli uomini si sarebbero uniti al di sopra delle frontiere, e avrebbero costituito il «cosmos» cioè l'universo, e non avrebbero avuto più bisogno né di chiese, né di denaro, né di leggi, né di tribunali.
Nell'Iliade, poema che esalta la disciplina e dimostra gli inconvenienti delle collere intempestive di Achille, nell'Iliade che risplende di lance, di corazze, di caschi superbi, tra il fragore delle mischie e delle trombe, l'anarchismo spunta imprevisto nelle indignate rivolte di Tersìte. Non importa se Omero, beffardo ed atroce verso di lui, lo svillaneggia, lo rabbuffa e lo percuote con lo scettro di Ulisse. In quell'uomo dalle spalle curve, dallo sguardo losco, dal corpo deforme, v'è un'anima nostra, allorquando s'erge da solo contro gli Dei, contro il Re, contro la turba servile; e scaglia, fra gli insulti, le beffe e le percosse, le sue giuste rampogne.
Promèteo
Con Eschilo (il misterioso tragico della democrazia ateniese) lo spettacolo si eleva, si purifica e si ammanta di sfolgorante bellezza. L'anarchismo è in Promèteo, figlio della Giustizia, che accese nella mente dell'uomo la scintilla del pensiero, e mise nel suo cuore le vaste speranze. Punito e fatto incatenare da Giove sulla più alta vetta delle montagne; sospeso fra cielo e terra; fra l'urlo dei venti ed il fracasso delle folgori, non apre bocca per un accento di dolore e di rimpianto. Nulla può spezzare l'orgoglio di questo vinto sovrumano, che preferisce languire, incatenato fra le rocce, piuttosto che essere il figlio e il messaggero di Giove; nulla può vincere la resistenza di questo irremovibile odiatore degli Dei; nulla intenerisce l'animo di questo ribelle, che aspetta, impassibile fra le torture, l'ora della giustizia e della liberazione. E la sfida ammirevole ch'egli lancia a Giove, è una di quelle scene dove l'essere pare si elevi verso il cielo, e diventi una emanazione d'azzurro. «Ed ora cadete su di me, fulmini dai solchi tortuosi e dalle punte omicide; scatenate sopra di me la vostra rabbia, tuoni e venti furiosi; sradicate la terra, e confondetela con gli spaventosi turbini del mare e col fuoco degli abissi; precipita, o Giove, il mio corpo nel fondo del baratro nero; io sono, io sono oggi, immortale!».
Intanto il progresso, superate le fasi lente dello sviluppo del pensiero, il quale è costretto ad avanzare brancolante nelle tenebre del pregiudizio, e tra gli agguati e la tormenta delle oppressioni medioevali, incomincia a divorare il tempo, allo stesso modo che un corpo solido cadendo divora lo spazio, e aumenta di velocità col precipitare.
Così, dall'epoca dei Comuni, all'ombra delle cui bandiere sventolanti dai torrioni e dalle mura, si inizia la rivolta del pensiero, e s'accende lo splendore delle Università libere, noi ci avviamo man mano verso la Rinascenza, che è una delle epoche, direi, riassuntive, sintetiche della civiltà.
Ed è là, tra le bellezze non più raggiunte dell'arte, tra la audacia delle scoperte ed il movimento anabattista, che sorge con un fondo anarchico, è là, in una delle illustrazioni del tempo, in Francesco Rabelais, che ritroviamo il nostro pensiero. La fantastica sua ideazione dell'abbazia di «Thélème»in Gargantua e Pantagruel è una condanna dell'organizzazione sociale autoritaria, ed una visione dell'ordinamento anarchico. I voti di castità, di povertà e di obbedienza non esistevano: ognuno poteva amare, godere e vivere libero. Preclusa l'ammissione solo «ai bigotti, agli ipocriti, agli usurai, ai prepotenti». Entrassero invece i buoni compagni, uomini e donne, nella cinta della civiltà a godere di tutte le gioie più alte del corpo e dello spirito. La loro vita era regolata non da leggi, non da statuti, ma solo dalla loro volontà, da questa massima piena di spirito libertario: «fa ciò che vuoi».
Poi in quel vulcano pieno di rombi e di fiamme, in quella fornace dello spirito che fu il diciottesimo secolo, il nostro pensiero trova uno sbocco più ampio e solenne, e s'afferma artiglio di leone – nella penna demolitrice di Diderot, picconiere formidabile, che colpì alle sue fonti vitali il principio d'autorità, d'ogni autorità divina ed umana.
Il progresso che ha acquistato intanto maggiore velocità l'utilizza per renderla ancora più vertiginosa, e dove occorre, colma gli abissi con le rivoluzioni.
Ormai la storia matura nel suo segreto i destini scaturenti da tutto un passato di erosione, di corrosione, di accertamenti scientifici, di libero esame, di penetrazione, di rivolte morali, di insurrezioni di fatto.
Un paese che si era formato fuori dell'orbita europea, coi reietti di tutte le patrie; un paese che aveva ereditato dalla vecchia Europa il bene della civiltà, senza il peso morto del suo tradizionalismo secolare, aveva compiuto la sua rivoluzione.
E la rivoluzione americana, erede di quella inglese, precipiterà l'1789 in Francia. Ed è proprio la Rivoluzione Francese che la parola “Anarchia” fu usata per la prima volta, dal girondino Brissot, che la utilizzò in senso dispregiativo nel 1793 per definire la corrente degli Enragé (Arrabbiati).
Ed è in quell'immenso vulcano delle rivoluzioni (megafoni che ingrandiscono e universalizzano le voci dei popoli) che le grandi idee si elaborano, e si sviluppano, perchè è allora che gli uomini spezzano i freni, schiantano le vecchie abitudini, rovesciano il passato e calpestano tutto quanto il giorno prima avevano creduto che fosse sacro.
L'idea della uguaglianza civile doveva abolire la schiavitù e fare di ogni uomo un cittadino.
Ma l'idea della uguaglianza sociale doveva fare di ogni uomo un uomo, e porre il problema che l'individualità umana fosse emancipata dalla schiavitù tutta intera: da quella dello Stato: da quella del capitale.
È allora che l'idea della emancipazione umana, non più attraverso la rivoluzione di palazzo o di governo; ma attraverso la rivoluzione sociale, si fa strada e si concreta: passa nella mente di Godwin, primo teorico nostro; soffocata nelle reazioni successive risorge nel '30, si rinfocola nel '48, alla spinta di Proudhon. È grazie a quest’ultimo che dall'800 il termine anarchia comincerà ad assumere un significato positivo, e che nel 1840 in “Che cos'è  la proprietà?” scrisse: «La proprietà è un furto. Il grado più elevato dell'ordine nella società viene espresso dal grado più alto di libertà individuale, ossia dall'anarchia».
L’idea anarchica si propaga per il mondo, si esalta nella Comune di Parigi, e finalmente l'anarchismo si ritrova, non più solo idea di solitarie stelle del firmamento filosofico ma si ritrova solida forza militante nella Prima Internazionale. Là deve insorgere ancora, contro la vecchia anima autoritaria che si riaffaccia attraverso il dogmatismo statale marxista, e Bakunin elabora la concezione del comunismo senza frateria; dell'Internazionale senza vaticani rossi; dell'individualismo senza dominazioni individuali; dell'Anarchia, ordine di volontà libere e pensanti, di rapporti mutevoli e franchi da ogni coazione; e della rivoluzione non più dall'alto, per un Potere che ci emancipi per via di leggi, di decreti, di suffragi universali, di costituenti, di dittature; ma della rivoluzione dal basso, contro ogni potere, anche sedicente emancipatore. E siamo alla mozione di Saint-Imier, del 1872, che è la scissione nella Internazionale e sancisce la costituzione del movimento anarchico.